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Olio di palma, Amnesty: “Nelle piantagioni sono sfruttati bambini e donne”

L’olio di palma non fa male solo alla salute ma anche ai diritti umani: nelle piantagioni lavorano donne  e bambini in condizioni di sfruttamento. Lo denuncia Amnesty International, nel rapporto Il grande scandalo dell’olio di palma: violazioni dei diritti umani dietro i marchi più noti. L’inchiesta  è il risultato di un’indagine sulle piantagioni dell’Indonesia, appartenenti al più grande coltivatore mondiale di palme da olio, Wilmar, che ha sede a Singapore, fornitore di nove aziende mondiali: Afamsa, Adm, Colgate-Palmolive, Elevance, Kellogg’s, Nestlé, Procter & Gamble, Reckitt Benckiser e Unilever. “I consumatori vorrebbero sapere quali prodotti sono legati alle violazioni dei diritti umani ma le aziende mantengono una grande segretezza” ha dichiarato Seema Joshi, direttrice del programma Imprese e diritti umani di Amnesty International aggiungendo che “le aziende devono essere più trasparenti su cosa contengono i loro prodotti. Devono dichiarare da dove vengono le materie prime contenute nei prodotti che si trovano sugli scaffali dei supermercati. Se non lo faranno, beneficeranno e in qualche modo contribuiranno alle violazioni dei lavoratori. Attualmente, stanno mostrando una completa mancanza di rispetto nei confronti di quei consumatori che, quando si recano alla cassa, pensano di aver fatto una scelta etica.” (continua dopo il video)

Sistematiche violazioni nella catena di fornitura

Amnesty International ha intervistato 120 lavoratori delle piantagioni di palma di proprietà di due sussidiarie della Wilmar e per conto di tre fornitori di quest’ultima nelle regioni indonesiane di Kalimantan e Sumatra. Questi sono i principali risultati:

donne costrette a lavorare per molte ore dietro la minaccia che altrimenti la loro paga verrà ridotta, con un compenso inferiore alla paga minima (in alcuni casi, solo 2,50 dollari al giorno) e prive di assicurazione sanitaria e di trattamento pensionistico;

– bambini anche di soli otto anni impiegati in attività pericolose, fisicamente logoranti e talvolta costretti ad abbandonare la scuola per aiutare i genitori nelle piantagioni;

– lavoratori gravemente intossicati da paraquat, un agente chimico altamente tossico ancora usato nelle piantagioni nonostante sia stato messo al bando nell’Unione europea e anche dalla stessa Wilmar;

– lavoratori privi di strumenti protettivi della loro salute, nonostante i rischi di danni respiratori a causa dell’elevato livello di inquinamento causato dagli incendi delle foreste tra agosto e ottobre 2015;

– lavoratori costretti a lavorare a lungo, a costo di grave sofferenza fisica, per raggiungere obiettivi di produzione ridicolmente elevati, a volte usando attrezzature a mano per tagliare frutti da alberi alti 20 metri;

– lavoratori multati per non aver raccolto in tempo i frutti dal terreno o per aver raccolti frutti acerbi.

Dubbi sulla sostenibilità

Dal rapporto è emerso che nove dei dieci marchi che si riforniscono da Wilmar fanno parte del Tavolo sull’olio di palma sostenibile e sui loro siti o sulle tabelle nutrizionali dichiarano di usare “olio di palma sostenibile”. Le nove aziende non hanno smentito l’esistenza di violazioni ma non hanno fornito alcun esempio di azioni intraprese su come vengono trattati i lavoratori nelle attività della Wilmar.

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Valentina Corvino

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