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Spolpati, il rapporto che racconta la crisi del pomodoro tra caporalato e furbetti

Con un fatturato di circa 3 miliardi l’anno, il pomodoro da industria rappresenta una fetta importante dell’intera agricoltura italiana, e nonostante ciò è allo stesso tempo una delle filiere agroalimentari con maggiore presenza di sfruttamento del lavoro e caporalato nei campi. La campagna #FilieraSporca, promossa dalle associazioni daSud e Terra!, ha presentato oggi in una conferenza alla Camera dei Deputati il rapporto “Spolpati, la crisi dell’industria del pomodoro tra sfruttamento e insostenibilità”, a cura di Terra! Il dossier, terzo rapporto della campagna che ha l’obbiettivo di ricostruire il percorso dei prodotti agroalimentari dal campo allo scaffale del supermercato, è il risultato di un lavoro sul campo che ha richiesto 5 mesi di ricerche tra Puglia, Campania ed Emilia, passando per la Cina, con l’obiettivo di ricostruire il sistema di produzione, trasformazione e commercializzazione del pomodoro, uno dei prodotti simbolo del made in Italy. Alla conferenza sono intervenuti gli autori del rapporto Fabio Ciconte (direttore di Terra! Onlus e portavoce della Campagna #FilieraSporca) e Stefano Liberti (giornalista), insieme a Lorenzo Misuraca (associazione daSud) e Celeste Costantino (deputata di Sel-SI).

Dove la legge non arriva

Il dossier mette in evidenza tutti gli elementi di disfunzione della filiera del pomodoro nel Sud Italia, che cominciano fin dal campo, dove la parte di raccolta a mano – circa il 15% del totale – è effettuata da braccianti stranieri capeggiati dai cosiddetti “caporali”. Pagati a cottimo, a seconda dei cassoni che riescono a riempire, questi lavoratori devono versare parte del loro guadagno ai “capisquadra”, che li reclutano e organizzano il loro trasporto dai luoghi dove dormono fino ai campi su cui lavorano. “Dentro questo quadro, abbiamo salutato con soddisfazione la recente approvazione della legge sul caporalato – dichiara Fabio Ciconte – Va dato atto al Governo, in particolare al Ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina e a quello della Giustizia, Andrea Orlando, di aver implementato una serie di misure tese a reprimere il fenomeno. Tuttavia, è necessario ed urgente intervenire sulla prevenzione, riformando l’intera filiera per eliminare le cause dello sfruttamento”

Accordi sui prezzi solo sulla carta

A questo proposito, “Spolpati” fa emergere con maggiore evidenza gli altri elementi distorti della filiera. Oltre alla raccolta a mano, sempre più marginale perché sostituita dalle macchine, una criticità sostanziale è rappresentata dalle cosiddette organizzazioni dei produttori (OP). In gran parte dei casi controllate da ex commercianti e non da reali produttori, dovrebbero svolgere un ruolo di intermediazione tra la parte agricola e quella industriale. Tuttavia, il contratto concluso ogni anno tra le rappresentanze delle OP e quelle degli industriali, nel Sud Italia, non ha alcun valore vincolante. È un cosiddetto “prezzo di massima”. In caso di abbondanza di materia prima, il prezzo d’acquisto cala vertiginosamente, come accaduto nel 2015, quando il pomodoro tondo è stato acquisito anche a 6 centesimi al chilo (a fronte di un prezzo da contratto pari a 9,5 centesimi). Quando c’è carenza, come accaduto quest’anno, il prezzo sale. A settembre, l’industria si è trovata ad acquistare pomodoro anche a 13 centesimi al chilo (a fronte di un prezzo da contratto di 8,7 centesimi).

Al Sud frammentazione e debolezza

Il confronto tra il distretto Sud e quello Nord è sconsolante: il Sud, che ha le maggiori potenzialità, è sempre più in affanno, mentre il Nord riesce a gestire adeguatamente il settore. Molte organizzazioni del Sud Italia servono principalmente a intercettare i fondi europei dei cosiddetti “piani operativi”, mentre non hanno alcun ruolo nella pianificazione agricola (semina e raccolta), né nella logistica dei trasporti, che resta in capo ai produttori .

Lo scandalo delle aste online

A monte della filiera il rapporto denuncia uno degli elementi più preoccupanti: le aste online che vengono lanciate da alcuni attori della Grande distribuzione organizzata (GDO) per l’acquisto degli stock dall’industria. Queste aste sono basate sul meccanismo del doppio ribasso: la GDO manda una e-mail agli industriali, chiedendo loro di avanzare un’offerta per una certa partita di prodotti (ad esempio un milione di scatole di passata). Basandosi sull’offerta più bassa, la GDO convoca poi una seconda asta on-line, della durata di poche ore, in cui i partecipanti sono chiamati a ribassare ulteriormente il prezzo di vendita. “Il sistema delle aste on-line al doppio ribasso coinvolge l’industria in un gioco d’azzardo che scarica i suoi effetti distruttivi sugli agricoltori – dichiara Fabio Ciconte – Offrendo i prodotti a cifre che sfiorano il sottocosto prima della stagione di raccolta, gli industriali devono rivalersi sui produttori per conservare un margine di guadagno. Questo far west danneggia tutta la filiera e per questo chiediamo alle istituzioni di rivedere un meccanismo gravemente distorsivo del mercato”. Tutto ciò sta portando alla scomparsa di un prodotto tipico del Sud Italia: il pelato. Mancando una politica di settore, i produttori e gli industriali dell’Italia meridionale non ne difendono e promuovono il consumo. Di conseguenza la produzione di pelati sta conoscendo un preoccupante calo.

Le richieste di #FilieraSporca

Le raccomandazioni del rapporto “Spolpati” propongono infine una serie di azioni di legge, che consentirebbero nell’immediato di rendere la filiera più trasparente: abolire le aste on-line con il doppio ribasso; riformare il sistema delle OP nel Sud Italia, rendere vincolante il contratto, come avviene nel Nord Italia, varare una legge sulla trasparenza fondata sull’etichetta narrante.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

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