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L’altra faccia del Prosecco su Report. L’inchiesta del Salvagente del 2012

L’altra faccia del Prosecco. È l’inchiesta che tra poco andrà in onda a Report su Rai3 e che mette i piedi in un business da due miliardi di euro. Punto centrale del lavoro della squadra di Milena Gabanelli l’abuso di pesticidi che si fa nella zona vitivinicola forse più famosa di Italia.

Di cosa si tratta? Il Salvagente ne aveva scritto già nel 2012, con una bella inchiesta di Giulio Meneghello che vogliamo ripubblicare.

Quel ronzio degli elicotteri e piovono veleni

(servizio di Giulio Meneghello per il Salvagente 5 aprile 2012)

Pesticidi che piovono dal cielo, come se si trattasse di sostanze innocue. Non siamo nel terzo mondo ma nelle aree italiane di vini d’eccellenza. È il caso, ancora una volta, della zona del Prosecco, dove si sono sparsi dall’elicottero legalmente fino al 2007. In realtà a chi passa di qui non sfugge ancora oggi il ronzio delle pale e le nuvole che finiscono sui vigneti, anche se ora vengono irrorate solo sostanze “naturali” come rame e zolfo.

In Italia come in Europa sarebbe vietato ma stagionalmente, da maggio a metà luglio, gli elicotteri si alzano in volo sui vigneti accanto a strade, case e scuole, volando a bassissima quota con manovre al limite dell’acrobatico. Tant’è che solo la scorsa primavera, si sono avuti due incidenti, di cui uno mortale per il pilota. E tutto in base alla direttiva 2009/128/CE, secondo cui l’irrorazione aerea è consentita in casi “eccezionali”: non devono esistere alternative praticabili oppure devono esserci “evidenti vantaggi in termini di impatto ridotto sulla salute umana e sull’ambiente” rispetto all’applicazione da terra.

Un’eccezionalità che sulle colline della Valdobbiadene è diventata la norma, denunciano gli abitanti della zona. Tra questi Luciano Bortolamiol, autore di un esposto alla pretura. “I trattamenti dall’elicottero si effettuano da 30 anni a chiunque paghi l’eliconsorzio, senza distinzione tra i vigneti, che siano in piano o su zone impervie”, spiega e ci mostra decine di foto che provano come vengano trattati vigneti facilmente raggiungibili dalla strada, anche vicini alle case.

“Il motivo fondamentale è che usare l’elicottero costa meno della manodopera per farlo da terra” ammettono dalla locale Ussl7 che vigila sulla pratica (autorizzata a livello regionale). Accanto al motivo economico ce ne sono di pratici: spesso si tratta di piccoli vigneti di proprietà di anziani che non riescono più a fare i trattamenti o di gente che ha altri lavori e non ha tempo. “La pratica è spesso provvidenziale per bloccare malattie e agire rapidamente, – ci spiega un agronomo del luogo – nel 2010 quando per il maltempo gli elicotteri erano fermi in molti hanno perso tutta l’uva”.

Ma rendere la vita più facile ai viticoltori che prezzo ha per ambiente e abitanti?

“Le colline sono state riempite di metalli pesanti – ci spiega l’agronomo – e anche per questo praticamente non ci sono più lombrichi”.

Anche se dall’eliconsorzio del Prosecco sostengono che “si disperde meno con l’elicottero che con l’applicazione a terra”, basta guardare le foto per credere ai numeri di Bortolamiol: “dal 95% al 65% delle sostanze irrorate va fuori bersaglio”. E si chiede: “O si sta contravvenendo alla legge e si buttano ancora fitofarmaci dall’elicottero o i trattamenti con mancozeb, inevitabili, vengono fatti a terra e l’elicottero non è indispensabile”. Sulla prima ipotesi ci tranquillizza l’Ussl 7: “Controlliamo quasi ogni carico che l’elicottero fa”; la seconda resta valida: all’elicottero si può anche rinunciare.

Avvelenati legalmente

Fanno male e lo si sa da tempo, ma si continuano a usare. Ogni anno in Italia si spargono circa 150-200mila tonnellate di fitofarmaci, la gran parte dei quali con effetti nocivi più o meno gravi su ambiente e salute. Ma ci sono casi in cui l’uso spaventa di più.

È la storia, ad esempio, che vive chi abita o lavora nella zona del Prosecco, l’ottimo bianco frizzante che si produce nelle colline della Valdobbiadene, nel Trevigiano. Qui vengono irrorati ogni anno sulle vigne circa 300mila chilogrammi di mancozeb, un anticrittogamico riconosciuto ufficialmente come interferente endocrino e “verosimilmente cancerogeno per l’uomo” (è provato che lo sia per gli animali, mentre sugli umani ancora non ci sono abbastanza dati per affermarlo scientificamente). Può dare ipotiroidismo o ipertiroidismo, cancro alla tiroide e danneggiare sia le donne incinte che i feti che portano in grembo. Eppure, come ci confermano dal ministero, questo veleno è autorizzato. Fino al 2007 era anche permesso spargerlo usando l’elicottero, tuttora, a patto di seguire le cautele indicate in etichetta, si può usare legalmente da terra. O almeno si potrà fino al 30 giugno 2016, quando scade l’autorizzazione all’uso di questo funghicida.

“E noi moriamo a norma di legge”

“Gli hanno dato qualche anno per finire le scorte, su pressione delle lobby – denuncia Gianluigi Salvador del Wwf Alta Marca – nel frattempo moriamo a norma di legge”. Il paragone che fa Salvador è forte: “come è accaduto per l’eternit si sa che queste sostanze fanno male ma si continua a spargerle e, come l’amianto, i pesticidi agiscono in maniera subdola producendo i loro effetti dopo vari anni. Abbiamo il sospetto che l’accumulo di questi inquinanti nel territorio produca una crescita continua dell’incidenza dei tumori maligni”, ci spiega snocciolando i dati dell’incidenza dei tumori nella locale Ulss7: + 4,5% nel 2008, + 5,5% nel 2009, + 7,2% nel 2010.

Un sospetto grave, che giriamo alla dottoressa Ester Chermaz, responsabile del dipartimento prevenzione di quell’Ulss. “È difficile fare questa correlazione – risponde – i dati sui tumori non si discostano dalla media nazionale e comunque i possibili fattori concorrenti sono moltissimi. Stiamo comunque attivandoci con uno studio sull’effettiva esposizione della popolazione locale al principio attivo del mancozeb, dopo di che si potrà valutare un’eventuale correlazione con patologie”.

Serve tempo

Che il mancozeb faccia male d’altra parte nessuno degli esperti sentiti lo mette in dubbio, anche se i toni sono meno allarmanti di quelli usati da Salvador. “Questo pesticida viene rapidamente degradato dal suolo e i residui negli alimenti dovrebbero pertanto essere molto bassi – ci spiega ad esempio Gianluca Tognon ricercatore in ambito epidemiologico presso l’Università di Göteborg – ciononostante, nell’animale è stata osservata la cancerogenicità a livello tiroideo ad alte dosi, il che fa pensare a rischi per i lavoratori esposti, anche perché il mancozeb viene assorbito a livello dermico e si accumula nella tiroide e nel sistema nervoso. È un perturbatore endocrino quindi ha una tossicità a livello cronico. Le sostanze che hanno questo tipo di effetti sono ormai numerosissime e anche se l’esposizione al singolo composto è molto bassa, si va ad aggiungere all’esposizione a tutti gli altri perturbatori endocrini presenti nell’ambiente, a partire dai più tradizionali come diossine e PCB fino ai composti più recenti come i bromurati e i fluorurati”.

Insomma i motivi per evitare di usarlo ci sarebbero, perché si continua? “Il controllo dei funghi e quindi delle muffe, azione che svolge il mancozeb, è molto importante, perchè significa anche controllo della contaminazione da micotossine alcune delle quali sono cancerogene”, spiega Tognon. “Già ora il Consorzio del Prosecco sconsiglia l’uso del mancozeb, ma la transizione non può che essere graduale e se usato con le dovute cautele il prodotto non è dannoso”, ci spiega un agronomo del luogo.

“Non è vero che si scoraggi l’uso dei fitofarmaci, anzi – ribatte Salvador – gli stessi tecnici lavorano spesso per le aziende che li vendono, e perfino l’ultimo convegno del Consorzio vedeva la sponsorizzazione di oltre una decina di ditte di pesticidi. Noi, in base al principio europeo di precauzione, abbiamo presentato due esposti alla Procura, affinché indaghi per ‘omissione volontaria di cautele’, e applichi il principio europeo ‘chi inquina paga’, come è stato fatto anche nella sentenza contro l’amianto a Torino”.

 

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