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Micotossine, le soglie per i bambini sono poco protettive

“In base alle nostre rilevazioni abbiamo una media di Don di 100 ppb. L’esposizione non è affatto bassa come ha confermato un recente studio dell’Agenzia francese per la sicurezza alimentare”. Il professor Alberto Ritieni è ordinario di Chimica degli alimenti presso il dipartimento di Farmacia dell’Università Federico II di Napoli, è uno dei massimi esperti di micotossine e dirige il laboratorio dove abbiamo condotto le analisi. È lui che ci aiutato ad analizzare i 29 prodotti protagonisti dell’inchiesta di copertina del nuovo numero del Test-Salvagente. 29 confezioni di pasta, scelte tra quelle specificatamente destinate ai bambini (Plasmon, Mellin, Alce Nero) e quelle nei formati più piccoli che siamo abituati a portare sulle tavole dei nostri figli. Sabbiolina, tempestine, stelline, filini, lumachine, anellini… prodotti dai marchi più forti dell’industria italiana, Tra loro Barilla, De Cecco, Rummo, Divella, Buitoni, Voiello e poi i marchi di supermercati e discount, come Lidl, Eurospin, Todis, Coop, Conad, Simply, Carrefour….
Professor Ritieni cosa abbiamo analizzato?
La presenza e la concentrazione di 16 micotossine diverse in 29 campioni di pasta. Alcune sono normate, altre no. Per il Deossinivalenolo o Don e l’Aflatossina B1, per esempio, esiste un limite di legge, per altre invece, come la Anniatina A, A1 e B1, il Nivalenolo, Beauvericina, non esiste una soglia massima e molte sono ancora in fase di studio.
Perché è importante monitorarle?
La tossicità di queste sostanze è nota. L’Aflatossina B1 è classificata dalla Iarc in categoria 1 ovvero cancerogena certa per l’uomo. Il Don è molto meno pericolosa ma può causare disturbi gastrointestinali anche gravi.
Dai nostri risultati la Aflatossina B1 non è mai presente nei campioni del nostro panel. Mentre il Don è stato sempre rilevato anche se in concentrazioni diverse. Perché in questo caso c’è tanta variabilità?
La Aflatossina B1, come anche le Fumonisine B1 e B2, sono sostanze che si riscontrano più frequentemente nel mais.  Il Don si sviluppa nel grano in condizioni climatiche umide. Dal punto di vista legale i tenori riscontrati sono in linea con la normativa. Tuttavia occorre ragionare sul livello di esposizione in base all’età che i limiti normativi attuali non colgono appieno.
Sta dicendo, professore, che bisognerebbe abbassare i limiti?
Lo studio dell’Agenzia nazionale francese per la sicurezza alimentare è significativo: a concentrazioni più basse rispetto alle nostre definiscono “preoccupante” l’esposizione al Don in età pediatrica. Se poi consideriamo i consumi di pasta, storicamente più elevati da noi, il rischio a cui è esposto un bimbo italiano è sicuramente più alto e preoccupante di quello francese. Forse sarebbe il caso che le norme europee ne prendessero atto.
Anche perché nella dieta dei nostri figli non c’è solo la pasta. Il Don, se non andiamo errati, arriva anche da pane, pizza, biscotti…
I prodotti sono mediamente migliorati rispetto a qualche anno fa quando cominciammo a collaborare con Il Salvagente su questo tema. Tuttavia i limiti appaiono poco protettivi. L’ipotesi della dose tollerata Jecfa di 1.000 ng per kg di peso corporeo è per tutta la popolazione ma può valere anche per un bambino sotto i tre anni? Lo studio francese ha ipotizzato che se fosse ridotta di un terzo (300 nanogrammi per chilo di peso corporeo) alcune fasce di età sotto i tre anni supererebbero la dose massima giornaliera nella loro dieta.

 

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enrico cinotti

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