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Il cotone sostenibile? Ikea apre la strada, gli altri arrancano

Isolante naturale dalle notevoli proprietà traspiranti. Trattiene il calore corporeo d’inverno e aiuta a mantenersi freschi d’estate. Non dà allergie, non si carica elettrostaticamente.
Il cotone è la fibra ideale per i tessuti, maglie t-shirt, pantaloni o intimo che sia.
Peccato che circa un quarto dei pesticidi sparso nel mondo siano legati proprio alle coltivazioni di cotone. E che il biologico o sostenibile sia ancora molto raro nei nostri negozi.
Raro, ma non introvabile, almeno secondo Bloomberg che in un’inchiesta uscita il 20 ottobre fa il punto degli sforzi che i produttori hanno fatto negli ultimi anni per cercare coltivatori di cotone organico. E non solo. Per vendere i loro prodotti come sostenibili, infatti, serve anche dosare meglio le risorse naturali utilizzate per la produzione, acqua in testa.

Il cotone biologico? Costa troppo

Aziende come la Patagonia e la Nike, spiega Bloomberg, avevano guardato al cotone biologico ma hanno dovuto fare i conti con i prezzi – 2,20 dollari per libbra rispetto agli 0,61 del cotone tradizionale – e nonostante prezzi non proprio popolari dei loro prodotti, non hanno ritenuto di dover affrontare questi costi.
In alternativa, il Better Cotton Initiative (BCI), una coalizione di agricoltori, produttori di abbigliamento e rivenditori, come IKEA e H&M, si sono uniti per produrre e utilizzare il cotone sostenibile.
Agli agricoltori che fanno parte della rete BCI viene insegnato come coltivare cotone sostenibile utilizzando meno pesticidi e acqua a un costo non molto più alto di quello del cotone tradizionale.

Il cotone sostenibile

Quali sono le differenze?
La coltivazione convenzionale e la lavorazione del cotone richiedono un elevato consumo di energia e l’utilizzo di prodotti chimici, con conseguenze nocive per la salute dei contadini, il terreno e l’ambiente. Per coltivare un chilo di cotone sono necessari fino a 11.000 litri di acqua. Di questi, solo la metà viene effettivamente assorbita dalla pianta; il resto evapora o si disperde.
L’idea di ridurre globalmente le conseguenze ecologiche della coltivazione di cotone e ridurre l’utilizzo di acqua e prodotti chimici è nata nel 2005 dal rapporto tra Wwf e  rappresentanti dei diversi gruppi di interesse: dagli agricoltori, alle multinazionali dell’abbigliamento, alle organizzazioni non governative.
BCI si propone di raggiungere con le sue pratiche il 30% della produzione mondiale di cotone entro il 2020. Si tratta di oltre 5 milioni di produttori agricoli e 20 milioni di persone che dovrebbero vedere incrementare il reddito per la produzione, in particolare nei paesi in via di sviluppo.
“L’obiettivo è rendere il Better Cotton disponibile nei prodotti di largo consumo”, ha spiegato a Bloomberg Ulrika Hvistendahl, portavoce sostenibilità per IKEA. E la decisione del colosso svedese ha un suo peso, visto che usa circa l’1% della produzione mondiale di cotone del mondo.
Dal momento del varo dell’iniziativa BCI, avvenuto nel 2009, la catena svedese ha aumentato la percentuale di cotone sostenibile nei suoi prodotti al 70%.

Una strada in salita

Per Nike e H&M l’uso di cotone sostenibile è stato un po’ più lento, frenato proprio dai prezzi che, proprio per rendere la filiera un po’ più equa, sono inevitabilmente destinati a salire.
In generale siamo ancora lontani dal rendere trasparente e sostenibile la filiera della produzione di cotone. Almeno secondo un recentissimo studio realizzato da Rank a Brand, effettuato analizzando la sostenibilità ambientale e le condizioni di lavoro nelle piantagioni da cui si riforniscono i grandi marchi di moda.
La ricerca, commissionata dal Pesticide Action Network britannico, da Solidaridad e dal Wwf, ha calcolato l’indice di sostenibilità del cotone impiegato da 37 compagnie. E i risultati non sembrano esaltanti. Nessun brand ha ottenuto il punteggio massimo, a causa di un impiego di cotone sostenibile inferiore al 100% o della mancanza di trasparenza nelle politiche aziendali e nella tracciabilità dei fornitori. Le aziende avrebbero potuto totalizzare un massimo di 19,5 punti, ma solo 8 hanno superato i 3 punti.
La compagnia che ha ottenuto il punteggio migliore è stata Ikea, con 12 punti.Subito sotto C&A Global e H&M (9 punti), Adidas (7,75 punti) e Nike (6,75 punti).

 

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Riccardo Quintili

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