News

Rifiuti, condannata l’Ama: “Deve restituire l’Iva sulla Ta.Ri”

“La tariffa sui rifiuti in realtà è una tassa e pertanto non può essere applicata l’Iva visto che il servizio è indefferenziato. Per questo va restituita agli utenti”. A sostenere  le tesi dei consumatori – dopo le tante vittori in questi anni in giro per l’Italia riportate dalla Federconsumatorti – sono due giudici di pace di Tivoli e Roma che hanno accolto il ricorso di due utenti di Ama, l’azienda romana per la raccolta dei solidi urbani, sostenuti in giudizio da alcune associazioni tra cui il Movimento difesa del cittadino.

Mdc: “L’Ama risarcisca subito”

Il gestore dei rifiuti, come molte altre municipalizzate in giro per l’Italia, fino al 2009 aveva applicato sulla Ta.Ri (Tariffa rifiuti) l’Iva del 10%. Nel 2009 però una sentenza della Corte Costituzionale aveva stabilito che, avendo la Ta.Ri. già natura tributaria, non era possibile applicare anche l’Iva, a pena di duplicazione di imposizione fiscale.

Tuttavia, grazie a una recentissima sentenza della Corte di Cassazione del marzo del 2016, che si pone nel solco di una pronuncia della stessa Corte a Sezioni Unite del 2011, è stato stabilito appunto che l’Iva del 10% non poteva essere applicata sulla Ta.Ri., perché si tratta di due tasse, e che la competenza è del giudice ordinario, non di quello tributario. “Questa sentenza è molto importante  perchè stabilisce la competenza del giudice ordinario e non della commissione tributaria”, spiega Livia Zollo presidente Mdc del Lazio, che invita gli utenti “a chiedere il rimborso il prima possibile visto che il diritto si prescrive in 10 anni”.

Dalla tassa alla tariffa

La vicenda della “tassa” camuffata da “tariffa” e dell’illegittimità dell’Iva è molto lunga. Dal 1999 molti Comuni hanno sostituito la Tarsu (Tassa smaltimento rifiuti solidi urbani) con la Tia (Tariffa di igiene ambientale, che a Roma ha preso il nome di Ta.Ri.). La Tarsu, calcolata sulla base dei metri quadrati dell’immobile, era senza ombra di dubbio una “tassa”, mentre la Tia era una “tariffa” determinata da una quota fissa del servizio, cui si aggiungeva una componente variabile legata al numero dei componenti del nucleo familiare, e calcolata, cioè, in base ai “rifiuti effettivamente prodotti” (anche se poi, nei fatti, così non è mai stato così).

La Consulta: “L’Iva è illegittima”

I Comuni che passavano dalla “tassa” alla “tariffa” applicavano su quest’ultima l’Iva al 10%. Nonostante la sentenza della Corte Costituzionale del luglio 2009, che riconosceva natura di tassa anche alla Tia, la maggior parte dei Comuni coinvolti ha continuato ad applicare impropriamente l’Iva. Da qui la battaglia dei consumatori per ottenere il rimborso di quanto ingiustamente versato.

Si stima che l’ammontare dei rimborsi in tutta Italia sia pari a 1,5 miliardi di euro anche se il governo non è mai riuscito negli ultimi anni a sborgliare la matassa. Per chi vuole ottenere il rimborso delle somme versate e non dovute non resta che adire le vie legali.

Previous post

DriveNow, il car sharing di lusso sbarca a Milano

Next post

Il concorso "Regina ti premia" e le prove di acquisto richieste dalla Sofidel

The Author

Ettore Cera

Ettore Cera