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“Il mio viaggio tra le cavie umane del glifosato”

Una donna senza un seno, una bambina a quattro zampe, corpi sfigurati, persone colpite da malformazioni conturbanti. In comune hanno due cose: una vita vissuta, fin dalla gestazione, nelle sterminate campagne argentine coltivate intensivamente e un’esposizione esorbitante al glifosato. Che li ha bagnati con la pioggia e li ha fatti respirare, fin da quando erano dei feti nel grembo delle loro mamme.
In Argentina, un fotografo coraggioso – Pablo Ernesto Piovano – ha ritratto questa gente e i suoi scatti, forti e struggenti, stanno facendo il giro del mondo. Non si tratta di sensazionalismo, ma di un inedito documento a corredo delle ricerche scientifiche – offuscate dai media – che testimoniano una netta correlazione tra esposizione al glifosato e malformazioni, disturbi al sistema endocrino e incidenza tumorale.
In tre viaggi, dal novembre del 2014, Piovano ha percorso 15mila chilometri in queste zone dimenticate, “territori di sperimentazione”, come lui stesso li definisce. Terre in cui l’emergenza sanitaria è allarmante e chi ci vive lancia il suo grido disperato. Mentre in Europa si aspetta la decisione sull’utilizzo del glifosato per i prossimi 15 anni – con le posizioni di Iarc e Efsa a confronto e in contrasto – la gente guarda queste foto, inorridisce e riflette.

Test-Salvagente lo ha intervistato, in occasione della ricerca condotta dal giornale sul glifosato. E ha pubblicato alcune delle sue foto.

Piovano, come ha avuto l’idea di questo lavoro?
Ero al giornale (Pàgina/12) e mi sono passati sotto gli occhi numeri impressionanti, che tutte le redazioni potevano vedere. Ma nessuno decideva di andare a fondo.
A che numeri fa riferimento?
Alle ricerche scientifiche che sono state fatte in Argentina, che hanno confrontato l’incidenza di certe malattie con l’uso del glifosato, autorizzato nel ’96, quando era ministro dell’Agricoltura Felipe Solà e si diede il via alla coltivazione della soia Ogm. In venti anni ne sono stati utilizzati 200 milioni di litri, su un’area che corrisponde al 60% di quella coltivata in tutto il paese. In queste zone vivono 13 milioni di persone, un terzo della popolazione totale. L’incremento nell’uso del glifosato è stato esponenziale, pari al 983% a fronte di un’espansione dell’area coltivata del 50%. Ciò significa che la concentrazione è enorme: come se ogni argentino ne assorbisse 6 kg a testa all’anno! Del resto, la modalità di distribuzione di glifosato non dà scampo: viene fatta con gli aerei che volano basso, lasciando dietro di sé una scia di veleno lunga 30 km. Le cose peggiorano in caso di vento. Gli studi hanno dimostrato che il glifosato resta nell’atmosfera: la concentrazione nelle prime gocce di acqua piovana è di 60 microgrammi, contro i 2 che vengono registrati negli Stati Uniti.
Sebbene di tutto questo non si parli nei principali organi di informazione, in questi giorni, “El costo humano de los agritoxicos”, la sua opera fotografica, è ospitata in un posto molto prestigioso a Buenos Aires, il Palais de Glace…
L’inaugurazione è stata incredibile, più simile a una manifestazione politica che artistica, c’era tantissima gente. Per il resto il silenzio è totale: mi chiamano le emittenti “alternative”, mi ha contattato la Radio Nacional, ma nessuno dei giornali importanti ne ha parlato, mostrando una evidente complicità.
Complicità nel senso di interessi economici?
Sì.
Né il governo né le istituzioni hanno avuto reazioni rispetto alla sua ricerca…
Ho lavorato in modo solitario, con discrezione; del mio lavoro si è parlato più in Europa che in Argentina. Nessuno ha comprato le foto nel mio paese, neanche dopo i sei premi internazionali che ho ricevuto.
Qual è stata la sua impressione quando si è trovato di fronte a tanta sofferenza?
Fabiàn Tommasi è la prima persona che ho incontrato: un esempio vivo dell’impatto del glifosato sul corpo umano. Caricava e scaricava glifosato: oggi è pelle e ossa, non può camminare. Fabiàn mi ha spinto a fare questo lavoro, perché si conoscesse una situazione drammatica.
Inutile dire che il corpo di una bambina a quattro zampe turba molto…
La ragazza è Jessica Sheffer, 11 anni oggi; sua madre lavorava in una piantagione di tabacco ed è simbolo di uno di quei casi in cui si sviluppano malformazioni molto gravi in bambini le cui mamme sono esposte al glifosato durante i primi sei mesi di gestazione, il cosiddetto “periodo finestra” .
Ha avuto problemi mentre lavorava lì?
Non ho ricevuto minacce dirette ma ho capito che quello che stavo facendo poteva risultare scomodo. Un giorno ho incontrato un giornalista locale che mi ha accompagnato a cena. Ha detto poche cose, ma mi ha raccontato che il sindaco precedente era stato ammazzato con quattro colpi di pistola. Una buona raccomandazione…
Ha paura?
Dovrò fare una decina di esposizioni nei prossimi mesi in Europa. Vado avanti e spero, grazie a questi festival, di raccogliere altri fondi per proseguire la ricerca.
Le sembra che qualcosa stia cambiando nell’opinione pubblica?
La gente comincia a informarsi e capisce. Nei pressi di Cordoba un’associazione di mamme – Madres de Ituzaingò – ha ottenuto il divieto di irrorare entro 1.500 metri dalle scuole. Non ci sono controlli né sulla vendita né sulle autorizzazione: ogni comune fa come crede. Grazie al lavoro di queste mamme e di altri soggetti che le appoggiano è stata ottenuta una sentenza storica a seguito di una denuncia nei confronti di un pilota di un aereo che spargeva glifosato: è stato condannato per contaminazione e danneggiamento alla salute delle persone.

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Chiara Affronte

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