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Le sette cose da sapere sul G20 sul clima che si apre in Cina

Uno sforzo scenografico enorme e un obiettivo altrettanto grande. Il G20 che si apre oggi in Cina ad Hangzhou è costato una montagna di denaro in infrastrutture (Guido Santevecchi, sul Corriere della Sera parla di una cifra vicina a 21 miliardi di euro, 4 volte in più rispetto ai Giochi di Rio). Il fine, se mai ci si arrivasse, potrebbe anche giustificare tante spese: ridurre le emissioni globali di carbonio attraverso un’azione mondiale.
Il rapporto sul clima preparato proprio in vista del vertice, è stato chiaro: il G20 deve prendere muoversi rapidamente per ridurre le emissioni di carbonio, che attualmente il 75% di quelle globali.
Secondo i dati preliminari dell’Agenzia internazionale dell’energia (AIE), le emissioni di CO2 legate all’energia globale per la prima volta nel 2014 e nel 2015 non sono aumentate. Tuttavia, questa notizia positiva è in qualche modo smentita dal fatto che la maggior parte dei paesi non stanno raccogliendo risultati brillanti sugli investimenti necessari per la decarbonizzazione, come quelli sulle energie rinnovabili.
Ma come sta procedendo la strada intrapresa dai paesi del G20 nei settori vitali di azione per il clima? Sulla base dei risultati principali del rapporto The Climate Transparency, il portale specializzato nella business della sostenibilità energetica edie.net ha tracciato i 7 punti che emergono dal lavoro preparatorio del G20. Quelli sui quali si baserà il summit

1) Il modello UE  per ridurre le emissioni di carbonio del mondo

Il prezzo del carbone è generalmente in espansione all’interno del G20. In molti casi, tuttavia, è troppo basso per orientare le economie verso la sua riduzione. L’Ue Ets, il sistema europeo di scambio di quote di emissione è il principale strumento adottato dall’Unione europea, in attuazione del Protocollo di Kyoto, per ridurre le emissioni di gas a effetto serra nei settori energivori, ovvero i settori industriali caratterizzati da maggiori emissioni. Copre il 45% delle emissioni di gas serra dell’Ue e rimane il più grande singolo strumento internazionale utilizzato in questo campo. La Cina ha annunciato l’intenzione di introdurre un Ets nazionale nel 2017 che coprirà otto settori. La Francia, autonomamente, ha confermato che introdurrà un prezzo minimo per le emissioni di carbonio dalle centrali elettriche a carbone, che aumenterà da circa 20 € nel 2020 a € 50 nel 2030.

2) Piccoli passi avanti

Il rapporto The Climate Transparency conferma che i paesi del G20, con l’eccezione di Brasile e Russia, stanno riducendo l’utilizzo energetico delle loro economie. Il Regno Unito ha il livello più basso, in parte spiegato da un’economia basata più sul settore finanziario e sui servizi che sulla produzione.

3) La Brexit e gli investimenti sull’energia rinnovabile

L’attrattiva degli investimenti per le energie rinnovabili differisce in modo sostanziale tra i paesi del G20. È relativamente alta in Cina, Francia, Germania, India e Stati Uniti. Al contrario, la Russia, l’Arabia Saudita e la Turchia hanno una bassa attrattività degli investimenti per le energie rinnovabili.
Il Regno Unito ha una attrattiva medio-alta degli investimenti, ma l’incertezza che circonda l’imminente Brexit è un possibile impatto negativo sul suo futuro degli investimenti.

4) I sussidi ai combustibili fossili? Non sono finiti, anzi

Già nel 2009, i leader del G20 si sono impegnati a eliminare gradualmente le sovvenzioni ai combustibili fossili “inefficienti”. Tuttavia, i governi hanno speso quasi 63 miliardi di euro di sussidi per la produzione di combustibili fossili tra il 2013 e il 2014. La Russia è leader con quasi 21 miliardi, gli Stati Uniti hanno speso più di 18 miliardi di euro e l’Australia e il Brasile 4 miliardi.
Il Regno Unito è uno dei pochi paesi del G20 che ha visto crescere i sussidi alla produzione di combustibili fossili, riducendo al tempo stesso gli investimenti in energia rinnovabile. Ha aumentato le sovvenzioni nazionali per la produzione di combustibili fossili per più di 900 milioni di € l’anno nel 2013 e nel 2014 per incoraggiare le piattaforme offshore di petrolio e gas nel Mare del Nord.

5) Politiche ambiziose ma troppo lente

I paesi del G20 hanno introdotto politiche climatiche sempre più ambiziose, sostenendo una crescente consapevolezza intorno alla necessità di azione per il clima. Con l’eccezione di Argentina e Arabia Saudita, tutti i paesi del G20 hanno introdotto strumenti per il miglioramento dell’efficienza energetica nel settore edilizio e standard di emissioni per le auto, sostiene la relazione.
Finora, solo la metà dei paesi del G20 hanno però piani di sviluppo a basse emissioni per il 2050 o stanno progettando di svilupparli, mentre 11 hanno proposto un obiettivo di riduzione delle emissioni di gas serra entro il 2050. In particolare, solo  Regno Unito e  Giappone hanno superato la check list sulla politica climatica, sulla base di indicatori come l’adozione di un  sistema di scambio di quote di emissione.

6) Il balzo in avanti dell’Italia sulle rinnovabili

L’utilizzo delle energie rinnovabili da parte dei paesi del G20 è aumentato del 18% dal 2008. Brasile e l’Indonesia hanno la più alta quota di energie rinnovabili nel totale di energia primaria, e tassi di crescita positivi, a causa di una grande quota di energia idroelettrica.
Per la quota di energie rinnovabili nel mix energetico del Brasile è previsto un aumento dell’85% entro il 2030. Italia, Corea del Sud e il Regno Unito hanno la più forte crescita del consumo di energia da fonti rinnovabili in assoluto.

7) L’India ha le emissioni di CO2 pro capite più basse

Di tutti i paesi membri del G20, Australia, Canada, Arabia Saudita e Stati Uniti spiccano per il più alto livello di emissioni di CO2 rispetto all’energia pro capite. Argentina e Sud Africa hanno subito un calo emissioni, così come è successo agli Stati membri più grandi della Ue: Germania, Francia, Italia e Regno Unito.

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Paolo Moretti

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