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La nostra Albania: “Ecco come si lavora nelle fabbriche di scarpe in Italia”

Costretti a lavorare anche 10 ore al giorno con solventi pericolosi per la salute, senza guanti, in capannoni con tetti di amianto e senza aspiratori. Questa la condizione di tanti operai del calzaturiero italiano, così come ce lo racconta una di loro, che per 20 anni è stata alla catena di montaggio di modelli confezionati per conto di una delle più prestigiose marche italiane di scarpe. Anni in cui ha visto contrarsi costantemente il costo che il committente pagava alla fabbrica per il prodotto completo, per inseguire in una gara al ribasso le produzioni in Albania, Polonia, Romania e Cina. Laura (nome di fantasia che useremo per la privacy della nostra fonte) ci ha contattati dopo aver letto il nostro articolo sulle accuse di un rapporto inglese secondo cui le scarpe Made in Italy di Geox sarebbero prodotte sottopagando i lavoratori nelle fabbriche dell’Est Europea .  Ha 52 anni e negli ultimi 9 anni ha lavorato in una ditta di San Nicolò, nel teramano, in Abruzzo. Ha lasciato il suo lavoro lo scorso gennaio per sottrarsi alle conseguenze per la sua salute.

Per chi producono le ditte per cui ha lavorato?
Preferisco non fare i nomi perché sto aspettando ancora il tfr, e non vorrei sorgessero dei problemi. Le fabbriche della zona non hanno marchi propri ma lavorano per conto di ditte grandi in subappalto. All’inizio la grande ditta ci mandava in fabbrica i modelli, il pellame e gli accessori, e la fabbrica componeva la scarpa per intero: il taglio, la cucitura e il montaggio. Mano mano è stato portato tutto all’estero, soprattutto la fase di cucitura che è la più semplice, e smantellati i reparti.

E ora?
Adesso arrivano le scarpe dalla Romania, dalla Polonia, dalla Cina, dove ci sono meno regole e costano di meno, e rimane qui la parte del montaggio, che richiede più investimenti e macchinari più pesanti. Le tomaie arrivano già cucine da fuori, l’unica fase che ci è rimasta è quella di assemblarle con la suola (per legge un prodotto può definirsi made in Italy se almeno una parte della lavorazione è fatta in Italia, ndr)

La competizione con i paesi con salari bassi si trasforma in condizioni proibitive anche per voi?
Il fatto è che dalla ditta madre i prezzi sono così bassi è perché ovviamente dobbiamo competere con la Romania. Un paio di scarpe che la grande firma fa pagare 500 euro al consumatore, alla ditta lo paga 3-4 euro, al massimo 6-7 se è prodotto interamente in loco. Con quella cifra l’imprenditore in subappalto deve coprire tutte le spese. E dunque, dovevamo lavorare velocemente e la qualità ne risentiva. Considerando che arrivavano già cucite, in otto ore facevamo 600-800 paia di scarpe.

Passiamo alle condizioni di lavoro, lei è stata anche delegata sindacale.
Sì, ho provato anche a cambiare le cose. La sicurezza è la prima questione. Molte ditte sono arrangiate. Noi eravamo in un capannone col tetto di eternit senza finestre, con le uscite di sicurezza bloccate dai macchinari.

Avevate almeno le necessarie dotazioni per lavorare in sicurezza?
Lavoravamo con i collanti  e i solventi pericolosi, in ambienti senza aspiratori, con le mani nude perché utilizzando i guanti si possono sporcare le scarpe, invece utilizzando la mano, questa si impregna di solvente e sporca di meno. Io mi sono informata e tutto questo è contro la legge. Gli aspiratori, ad esempio, c’è l’obbligo di usarli. Mi sono rivolta al sindacato e sono stati costretti a farmi usare i guanti, ma poi l’atmosfera a lavoro è diventata invivibile e ho deciso di andare via io.

Cosa comportava lavorare tutte quelle ore con quei solventi senza aspiratori?
Quando esci dalla fabbrica la sera, sei come un drogato. Ti metti in macchina e non trovi neanche il buco dove mettere le chiavi. Ho sempre sperato che mi fermassero i carabinieri e mi facessero un test antidroga per vedere risultati avrebbero avuto. Un solvente che ti fa perdere lucidità, è scritto anche nelle indicazioni del prodotto che usavamo.

Che altri danni per la salute?
A parte i disturbi al tunnel carpale, io lavoravo in coppia con un collega che dopo che sono andata via è stato ricoverato per intossicazione. Lui lavorava in quel posto da più tempo di me.

 

Ma almeno vi davano la mascherina per non respirare quelle sostanze nocive?
Io utilizzavo la mascherina, ma a parte che la dovevo comprare io, i vapori entrano dalle mucose, quindi dagli occhi.

Gli orari di lavoro e la retribuzione erano in regola?
La ditta madre ti manda l’ordinativo e ti dice entro che giorno tot lo devi finire, e quindi si lavora fino a quando non si finisce. Si possono lavorare anche dieci ore al giorno. Lo straordinario non veniva pagato, neanche quando lavoravamo il sabato, nonostante il contratto dei lavoratori del chimico e tessile lo preveda.

Avete protestato per questo?
Io ho fatto intervenire il sindacato, ma quando si sono rivolti al datore di lavoro lui ha risposto: “Qua è così, io i soldi per pagare gli straordinari non ce li ho, altrimenti chiudo”. Siccome la maggioranza degli operai ha accettato di lavorare anche il sabato gratuitamente pur di non perdere il lavoro, la situazione è rimasta così. Oltretutto quando siamo finiti in cassa integrazione abbiamo continuato a lavorare nonostante formalmente dovessimo restare a casa.

Il fiato sul collo della delocalizzazione ha prodotto contrazioni su contrazioni.
L’onere di reperire il pellame e gli accessori inizialmente era della ditta committente, e mano mano è passato alla ditta che prende il subappalto, quindi il prezzo in sostanza si è contratto così. Poi, prima le scarpe fallate venivano assorbite dalla ditta madre, pagandole di meno, poi sono passate a carino della fabbrica. Le scarpe fallate, rovinate, non perfette, vengono addebitate alla ditta che o le vende sottobanco, ad esempio agli operai, oppure se le tiene e ci perde.

Oltretutto con questo scarico di responsabilità alla ditta che lavora le scarpe, se si scopre che una fabbrica di tomaie in Romania sfrutta del lavoro minorile, l’unico che può essere coinvolto è il titolare del subappaltante e mai la grande firma che mette il marchio a quelle scarpe.
Proprio così.

Tutti questi sforzi per ridurre i costi, sono serviti all’azienda per tenersi a galla?
In questa fabbrica ho lavorato 9 anni. Prima eravamo 100, ultimamente eravamo arrivati a 50. Le fabbriche qui non sono destinate a sopravvivere, perché all’estero costa tutto di meno, è una competizione al ribasso in cui noi possiamo solo perdere. L’operaio viene visto ancora come una cosa che sta lì e deve lavorare, e il padrone è ancora il padrone nel senso dei “cafoni” di Silone.

Avete mai pensato di rivolgervi al titolare delle scarpe costose per denunciare le vostre condizioni di lavoro?
Venivano direttamente i capo-operai della ditta madre per controllare la qualità, per insegnarci a lavorare i modelli. Loro dovrebbero anche controllare la sicurezza del posto di lavoro, però…

Queste circostanze da lei raccontante valgono solo per l’ultima fabbrica in cui ha lavorato?
No, è un quadro comune anche alle altre aziende dove ho lavorato.

 

Cosa fa adesso, dopo aver lasciato  il lavoro in fabbrica?
Io adesso ho deciso di tornare a scuola e cercarmi un lavoro indipendente. Ho 52 anni.

 

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Lorenzo Misuraca

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