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Diabete, un test del respiro rileverà l’ipoglicemia

Un semplice test fatto tramite il respiro, al posto della puntura sul dito, è la novità che potrebbe cambiare le abitudini di chi deve misurarsi il diabete. La scoperta arriva da un gruppo di ricercatori dell’università di Cambridge, che hanno identificato una sostanza chimica, l’isoprene, nell’aria che viene espirata, capace di indicare la presenza di livelli glicemici molto bassi nelle persone affette da diabete di tipo 1. Lo studio, pubblicato pochi giorni fa da Diabetes Care, è partito dalla possibilità di addestrare alcuni tipi di cane ad individuare crisi ipoglicemiche in fase iniziale nei loro padroni. Dallo studio di questa abilità, gli studiosi sono riusciti a mettere a punto un sistema per la rilevazione che non passa dalla tecnica invasiva basata sulla puntura del dito, dolorosa e anche impressionante per chi non sopporta la vista del sangue.

A lavoro per un nuovo rilevatore

Il corresponding author  dello studio, Mark Evans, spiega in un comunicato:“L’isoprene è una delle sostanze chimiche naturali più comuni che troviamo nell’aria espirata, ma sappiamo sorprendentemente poco della sua provenienza. Sospettiamo che sia un sottoprodotto della sintesi del colesterolo, ma non è chiaro perché i livelli di questa sostanza aumentino durante un’ipoglicemia. Gli esseri umani – aggiunge Evans – non sono sensibili alla presenza di isoprene, ma i cani, con il loro incredibile olfatto, sono capaci di identificarlo con facilità e possono essere addestrati per avvisare i loro proprietari quando la glicemia raggiunge livelli pericolosamente bassi. Questa sostanza fornisce una traccia odorosa che potrebbe aiutare a sviluppare nuovi test per individuare l’ipoglicemia e ridurre il rischio di complicanze potenzialmente letali per i pazienti diabetici”. L’equipe sta ora lavorando per sviluppare un nuovo rivelatore: “Pensiamo che un nuovo test del respiro potrebbe almeno in parte – ma idealmente al 100% – sostituire la misurazione sul dito, che è scomoda e dolorosa per i pazienti, e relativamente costosa da gestire” ha aggiunto il ricercatore.

 

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