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Vaccini, in Emilia Romagna scatta l’obbligo per l’iscrizione al nido

L’Emilia Romagna è la prima regione che dotera’ di una legge che consente l’iscrizione agli asili nido ai bambini che hanno adempiuto all’obbligo vaccinale. E’ questa la risposta del governatore Stefano Bonaccini e della sua giunta al calo delle vaccinazioni nella regione dove il movimento anti-vaccini è molto radicato:  l’ultimo report rivela che lo scorso anno, per la prima volta, le coperture dei bimbi di due anni delle vaccinazioni “obbligatorie” antipolio, antidifterite, antitetano, antiepatite B sono scese al di sotto del 95%. La proposta presentata ieri, 1 luglio, sarà presentata in Assemblea già lunedì per essere approvata – se tutto va bene – a settembre.

Dall’adesione consapevole all’obbligo

Se l’iter si concluderà positivamente, Si tratterà  di un passo indietro della regione che solo nel 2013 aveva votato una deliberazione con cui si avviava – come altre regioni – al superamento dell’obbligo vaccinale “attraverso la promozione dell’aumento della offerta attiva delle vaccinazioni e al contempo attraverso l’individuazione di indicatori e obiettivi di cui le Regioni dovrebbero dotarsi per arrivare a tale sospensione, così delineando la possibilità di concertare un percorso operativo comune, affiancato da un iter legislativo e amministrativo finalizzato alla sospensione dell’obbligo in questione”.

“Nell’introdurre l’obbligatorietà dei vaccini non vogliamo essere dirigisti, agiamo perchè abbiamo a cuore la salute dei nostri bambini” ha detto il governatore Bonaccini. “E’ una battaglia di civiltà: da una parte continueremo l’intervento di tipo culturale, ma occorreva nche un intervento deciso e forte. Dobbiamo garantire nelle comunità chi non può essere vaccinato, come i piccoli immunodepressi, per questo è necessario che tutti gli altri bambini siano vaccinati” spiega l’assessore alla Sanità Sergio Venturi.

L’istruzione prima di tutto

L’idea di introdurre un simile vincolo per l’ammissione al ciclo scolastico obbligatorio era stata accarezza, in tempi non lontani, anche dal ministro della Salute Beatrice Lorenzin. Addirittura si era ipotizzato un inserimento del pre-requisito nel Piano nazionale vaccinale ma il progetto è naufragato. D’altronde tornare al certificato vaccinale come prerequisito per l’accettazione alla scuola dell’obbligo – previsto dall’originario Dpr 1518/67 – non è cosa semplice: il Dpr 355/99 sulle vaccinazioni obbligatorie che modifica il decreto del 67, parla chiaro e stabilisce che i dirigenti scolastici sono “tenuti ad accertare se siano state praticate agli alunni le vaccinazioni obbligatorie e, nel caso di mancata presentazione della certificazione o della dichiarazione sostitutiva, a comunicare il fatto, entro 5 giorni, per gli opportuni e tempestivi interventi, all’Azienda USL di appartenenza e al Ministero della Sanità”. La mancata certificazione, quindi, non comporta il rifiuto di ammissione dell’alunno a scuola o agli esami.

Assolutamente contraria a questo provvedimento l’associazione Comilva che ci fa sapere: “Questo provvedimento in avanzato stato di “composizione” è figlio del pensiero unico vaccinale: questo paradigma vaccinale ha oramai assunto la forma di una dottrina gelatinosa che avviluppa qualsiasi istanza che ne metta in discussione i principi, la vorrebbe inibire, tende a confonderla e a paralizzarla fino a soffocarla: il pensiero unico è il solo autorizzato da un’invisibile e onnipresente polizia dell’opinione, è il nuovo Vangelo che ha raggiunto un tale grado di arroganza, veemenza e insolenza che di fronte a un simile furore ideologico non è esagerato parlare di dogmatismo medico scientifico”.

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Valentina Corvino

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