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Antidepressivi per giovanissimi, quasi tutti inefficaci

Cresce il numero di antidepressivi somministrati ai giovanissimi, ma quasi tutti risultano inutili allo scopo, se non dannosi. Una nuova revisione di studi precedenti in materia mostra che solo uno dei 14 farmaci comunemente utilizzati per curare la depressione è efficace rispetto al placebo.

Ad allarmare gli autori della ricerca, pubblicata sull’autorevole rivista The Lancet, inoltre, è la costatazione che molto spesso gli studi clinici analizzati presentavano errori nel modo in cui erano stati condotti, ad esempio erano basati su un piccolo campione di pazienti o presentano una cattiva progettazione, celando così reali benefici e possibili danni.

La depressione maggiore colpisce circa il 3% dei bambini dai 6 ai 12 anni e il 6% degli adolescenti tra 13 e 18 anni. Le linee guida raccomandano come prima soluzione i trattamenti psicologici. Tuttavia, tra il 2005 e il 2012 la percentuale di bambini e adolescenti americani che assumono antidepressivi è passata dal 1,3% al 1,6% e nel Regno Unito dal 0,7% al 1,1%.

Il team dell’Università di Oxford, nel Regno Unito, guidato da Andrea Cipriani, ha realizzato una meta-analisi comparando 34 studi randomizzati, per confrontare gli effetti di 14 antidepressivi nei giovani (da 9 a 18 anni) con depressione. L’analisi ha dimostrato che i benefici superavano i rischi in termini di efficacia e tollerabilità solo per la fluoxetina. Nortriptilina era meno efficace di altri 7 antidepressivi e placebo. Imipramina, venlafaxina e duloxetina avevano il peggior profilo di tollerabilità. La venlafaxina era collegata con un aumento del rischio di pensieri o tentativi di suicidio.

Dagli studi ‘dati inaffidabili’

Ma gli autori hanno preso in considerazione anche la qualità degli studi utilizzati e avvertono che, a causa della mancanza di dati affidabili, non è stato possibile valutare il rischio di suicidio per tutti i farmaci. Sul totale degli studi esaminati, 22 (65%) erano finanziati da aziende farmaceutiche e gli errori sistematici (bias) risultavano più che frequenti, limitando di fatto le implicazioni dei risultati per la pratica clinica: 10 (29%) studi sono stati classificati come ad alto rischio di distorsione e scostamento, 20 (59%) come moderato e 4 (12%) basso. “L’effetto di false comunicazioni – commenta Jon Jureidini psichiatra infantile dell’Università di Adelaide in Australia – è che gli antidepressivi, potrebbero essere più pericolosi e meno efficaci di quanto finora riconosciuto. Non c’è motivo quindi di pensare che qualsiasi antidepressivo sia meglio di niente”.

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Livia Parisi

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