Provato per voi

Provato per voi: Ikea, lo sgabello-tortura

Ikea ci ha abituati: acquistiamo i suoi componenti e li montiamo leggendo gli schemi di costruzione. Il produttore non si fa carico dell’oneroso assemblaggio, sovente neppure della spedizione; l’utente trasporta a casa l’oggetto e si compiace della propria capacità nel comporlo – talvolta risparmiando parecchio -, in un certo senso facendoselo un po’ suo. Sinnerlig Stool, strano sgabello progettato da un noto designer, non fa eccezione a questa strategia, orientando il brand svedese verso nuovi materiali “naturali”, che hanno il sapore (non sempre la sostanza) del recupero dei principi della sostenibilità ambientale. In questo caso il materiale impiegato nel piano di seduta e condiviso nella linea “Sinnerlig”, è l’agglomerato granulare di sughero, un composito formato dal materiale in granuli, “legati” mediante un agglomerante (il produttore tuttavia non ne dichiara il tipo e non fa neppure menzione di alcun ente di tutela ambientale). L’oggetto è completato da una struttura tubolare presaldata d’acciaio (verniciata a polvere epossidica/poliestere), e da quattro piedini in acciaio zincato.

Un montaggio da incubo

Come accennato, il cuore del prodotto Ikea è il montaggio stesso, e noi Sinnerlig Stool lo abbiamo montato. In campo tecnologico esistono consolidate teorie e metodologie sull’argomento, per esempio quella del design for assembly (progettare un prodotto affinché sia costruibile nel modo più conveniente possibile, tanto nell’economia che nelle operazioni); l’oggetto pare sia stato concepito con scopi opposti: montarlo è quasi una tortura, certamente impossibile per molti…

La “seduta” in sughero, pur dotata di una grafica in superficie per indicare la posizione delle viti autofilettanti, non è stata preparata con fori predisposti, sicché il fissaggio della struttura risulta estremamente problematico: le viti penetrano il materiale in direzioni casuali – mai correttamente – e, più si procede nell’avvitamento, più è necessaria una notevole forza col giravite; la posizione di due viti addirittura non permette di avere lo “sgombro” necessario per manovrare l’utensile… Dovendo unire, in più punti, ben quattro parti preassemblate, ed essendo la precisione condizione in questo caso irrinunciabile, ci si può immaginare quanto sia difficile un risultato soddisfacente.

sgabello-ikea-iltestA questo punto, parlare del prodotto in sé potrebbe apparire superfluo, senonché trattandosi di una seduta qualche commento è opportuno. L’asse portante dovrebbe essere la sua “praticità”, insieme alla comodità, in altre parole, la sua ergonomia, proprio un versante in cui il prodotto non pare contraddistinguersi

Arte…scomoda

Sembra che il principio ispiratore di questo oggetto sia stato l’originalità formale (letteralmente della forma). La prima cosa che balza all’occhio è il pannello di sughero – che evoca antiche toilet – la cui geometria non si capisce a quale ragione sia attribuibile, se non a questioni riconducibili all’espressività artistica (di fatto ne consegue una dimensione ingiustificata, quando la principale virtù di questo elemento di arredo è il limitato ingombro). La seconda cosa che incuriosisce è lo sdoppiamento anteriore della “gamba”. Forse il progettista ha immaginato di conferire al treppiedi una maggiore stabilità, oppure, più probabilmente, desiderava comunicare la sua idea con un “linguaggio” diverso; purtroppo il risultato non è entusiasmante: gli sgabelli vengono spesso concepiti con tre gambe proprio perché tre punti di appoggio garantiscono una soluzione ideale (con quattro punti solo tre sono sempre a contatto… i tavolini del bar ci hanno resi tutti esperti); in questo caso, anche a causa di un montaggio a dir poco imperfetto, lo “stool” traballa. Infine i piedini, fabbricati in acciaio, non appaiono essere ideali per molti pavimenti (la confezione non contiene neppure quattro feltrini per proteggere i delicati parquet).

Cosa resta di questo oggetto? La bellezza ahimè è opinabile, dunque, come avviene per molte “creazioni di design”, un prodotto vale per quanto piace. Dal punto di vista oggettivo invece un prodotto vale per quanto riesce a soddisfare i bisogni collettivi, salvaguardando al contempo le risorse della collettività, ovvero, in ultima analisi, dell’ambiente. Al lettore il giudizio di questa invenzione che viene venduta – smontata – a circa 60 euro.

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Sergio Antonio Salvi

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