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Olio di palma, Ferrero sapeva e l’Istituto di sanità no?

Dove non è arrivata la nostra coscienza ambientalista, ha colto nel segno la paura per la salute. L’affaire dell’olio di palma, la storia di copertina di questo numero del Test-Salvagente, potrebbe essere riassunta così.

Probabilmente ognuno di noi, si è emozionato guardando le immagini delle foreste bruciate in Indonesia, orango cacciati dal loro habitat, devastazione in diverse parti del mondo provocate dall’uomo per strappare alla natura aree sempre più vaste da coltivare a palma da frutto. E mentre in Italia si lanciavano petizioni (molto partecipata quella de Il Fatto Alimentare e di Great Italian Food Trade) e in altre aree del mondo si spingeva su sistemi di certicazione di una produzione più sostenibile, gran parte dell’industria, anche italiana, faceva finta di nulla. Tanto è comodo e redditizio questo grasso da spingere un pool di industrie (Ferrero, Nestlé e Unilever) a finanziare con centinaia di migliaia di euro una campagna pubblicitaria che avrebbe dovuto spiegare agli italiani “la verità sull’olio di palma”. Ovviamente assolvendolo da infamanti accuse “antiscientiche”.

A ribaltare il quadro ci ha pensato l’Efsa, numeri alla mano, tirando fuori quello che molti già sapevano (soprattutto nelle industrie): la raffinazione che porta l’olio di palma a diventare un ingrediente molto comodo per l’industria ha come “spiacevole” effetto collaterale la crescita esponenziale di contaminanti da processo come il 3-Mcpd. Nome inquietante già di per sé, ancora di più se si considera che è un “potenziale cancerogeno”.

ORA CHIEDETE SCUSA

Pensate che come dimostrano le nostre analisi questa molecola cresce anche 100 volte tra l’olio di palma puro e quello che arriva alle industrie alimentari. È stato il colpo finale per chi, fino a ieri, aveva giurato sulla salubrità del palma. E che si è ben guardato dal chiedere scusa agli italiani, non certo con una campagna altrettanto potente, ma almeno con poche righe.

A chiedere scusa dovrebbe essere chi, dal nostro Istituto superiore di sanità, appena lo scorso febbraio, assolveva questo grasso pur mettendo in guardia i bambini da un elevato consumo. Potevano non sapere i nostri esperti che l’olio di palma conteneva l’3-Mcpd in tali quantità?

Difficile crederlo. Dal 2001 la Ue ha fissato una dose giornaliera ammissibile e dal 1997 la molecola è riconosciuta come prodotto della raffinazione degli oli. Un convegno dell’Efsa a Praga nel 2009 poi già delineava chiaramente il problema. E a quanto risulta al Test-Salvagente, tra i pochissimi laboratori accreditati nel nostro paese proprio per le analisi del 3-Mcpd c’è, dallo scorso anno, quello della Ferrero per i controlli sulla Nutella. Ferrero sapeva e l’Iss no?

UN PASSO AVANTI

Squarciato il velo di ipocrisia su questo grasso, però, è ora di fare un passo in avanti. Cercando le alternative che non facciano correre lo stesso rischio ai consumatori e che siano economicamente sostenibili. È su questo che il nostro giornale vuole dare un contributo alla discussione. E come abbiamo fatto nei confronti del glifosato lo scorso mese, speriamo che la nostra funzione serva a stimolare un passo in avanti di chi ha la responsabilità delle scelte.

Se nei confronti del pesticida (altro probabile cancerogeno) il primo passo toccava al sistema di controllo pubblico nel caso dell’olio di palma tocca alle industrie. Che, come dimostra l’inchiesta di Enrico Cinotti, ha a disposizione alternative meno pericolose. Le adotti subito, senza ipocrisie, se non vuole dare l’impressione di essere più sensibile ai pro tti che alla salute dei consumatori.

L’IMBARAZZO DELL’ISS

Che il rapporto tra industria e autorità pubbliche italiane si stia incrinando, lo testimonia anche la precisazione di ieri dello stesso Iss alle dichiarazioni del presidente AIDEPI, Mario Piccialuti, riportate domenica sul quotidiano Avvenire in un articolo dal titolo “Olio di palma, pronti ad azzerare i rischi”, in cui afferma che il dottor Marco Silano avrebbe dichiarato che in base al parere EFSA “non ci sono indicazioni ai consumatori di modificare le loro abitudini alimentari né alle aziende di utilizzare un olio vegetale piuttosto che un altro”, l’Istituto Superiore di Sanità precisa che la posizione del dottor Marco Silano, riportata da Piccialuti, è stata estrapolata da diversi articoli nei quali l’intero contesto ne garantiva la piena comprensione. Meglio tardi che mai, no?

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Riccardo Quintili

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