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Olio di palma, le alternative ci sono e molto meno pericolose

Addio all’olio di palma? Sospettato ora di essere tossico, per l’elevata concentrazione rilevata dall’Efsa di 3-Mcpd, un composto “probabile cancerogeno”, può essere sostituito con altri oli che non presentano questi profili di rischiosità. Lo dimostrano i risultati delle nostre analisi, pubblicate nel numero da domani in edicola del Test-Salvagente: un altro olio, rispetto al palma, è possibile. Dall’extravergine di oliva a diversi oli di semi, la sostituzione del grasso non solo è possibile ma anche dovuta per mettere al riparo i consumatori da possibili conseguenze sulla loro salute.

Il grasso tropicale più amato dall’industria alimentare non è più solo ritenuto la causa delle deforestazioni nel Sud Est asiatico e, per l’eccesso di grassi saturi, di favorire l’insorgenza di malattie cardio-vascolari. Ora è messo sotto accusa dall’Efsa per la presenza eccessiva di contaminanti alimentari, come il glicidolo, composto precursore dei Ge, sostanze genotossiche e cancerogene e il 3-Mcpd nefrotossico, che si sviluppano a seguito dei processi di rafnazione degli oli vegetali ad alte temperature.

I PIÙ ESPOSTI? PROPRIO I PIU’ DEBOLI

Scrive l’Autorità per la sicurezza alimentare europea nel parere pubblicato il 3 maggio scorso: “I più elevati livelli di Ge, come pure di 3-Mcpd e 2-Mcpd sono stati riscontrati in oli di palma e grassi di palma, seguiti da altri oli e grassi. Per i consumatori a partire dai tre anni di età,margarine e dolci e torte sono risultati essere le principali fonti di esposizione a tutte le sostanze”. Non solo: “la stima delle esposizioni medie ed elevate al 3-Mcpd per le fasce di età più giovani, adolescenti compresi (fino ai 18 anni di età), supera la dose giornaliera tollerabile e costituisce un potenziale rischio per la salute”.

E non solo loro, visto che la nostra inchiesta sui latti artificiali per neonati ha dimostrato come sia quasi impossibile trovarne uno senza olio di palma.

E così l’Efsa ha stabilito una nuova dose giornaliera ammissibile, 0,8 mcg/kg di peso corporeo, di fatto riducendola più della metà rispetto a quella ssata nel 2001 che era di 2 microgrammi per chilo di peso corporeo. Ha spiegato la dottoressa Helle Knutsen presidente del gruppo Contam, il gruppo di esperti scienti ci dell’Efsa sui contaminanti nella catena alimentare: “Abbiamo stabilito una dose giornaliera tollerabile (dgt) di 0,8 microgrammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno per 3-Mcpd e i relativi esteri degli acidi grassi sulla base delle prove che collegano questa sostanza a un danno d’organo nei test sugli animali”.

TRATTAMENTI TROPPO SPINTI

Il rischio di tossicità di questo olio è legato chiaramente ai procedimenti di raffinazione ai quali è sottoposto. L’olio di palma prima di finire in biscotti, merendine, crackers, latti in polvere o di essere usato nelle friggitrici della ristorazione e dell’industria di trasformazione, viene sottoposto a trattamenti chimici talmente spinti che, secondo la media rilevata dall’Efsa, arriva addirittura a produrre 2.920 microgrammi per chilo di 3-Monocloropropandiolo. Un livello “monstre” che in “natura” non ritroviamo.

Untitled design(13)Per rendersene basterebbe scorgere i risultati delle nostre analisi,  condotte dal professor Alberto Ritieni presso il laboratorio di Chimica degli alimenti del dipartimento di Farmacia dell’Università di Napoli: nella formulazione “pura” il palma ha un livello di 3-Mcpd medio di 31 mcg/kg. Una concentrazione lontanissima da quella stimata dall’Autorità europea e anche il segno del trattamento di raf nazione “spinto” al quale è sottoposto l’olio di palma prima di diventare ingrediente industriale.

COME SOSTITUIRLO

I risultati delle analisi del Test-Salvagente però indicano anche delle soluzioni percorribili almeno sotto il pro lo del rischio per la salute umana per eliminare il temuto grasso tropicale dalle ricette di tantissimi prodotti. Le concentrazioni di 3-Mcpd riscontrate vanno da un minimo di 20 mcg/kg degli oli di semi misti a un massimo nell’arachide di 64 microgrammi per chilo. In mezzo troviamo l’olio di oliva vergine intorno ai 37 mcg/ kg, il mais (25) e il girasole a circa 24 microgrammi per chilo. Numeri che testimoniano che molti oli e grassi vegetali sono “meno esposti” al contaminante da processo stigmatizzato dall’Efsa.

Il professore Alberto Ritieni, docente di Chimica degli alimenti alla Federico II, indica un’uscita progressiva dal palma: “Un punto di transizione, che possa coniugare le esigenze tecnologiche alle preoccupazioni nutrizionali-salutistiche, è quello di ridurre la quantità di olio di palma e di sostituirlo con dell’olio di oliva, almeno vergine”.

Una soluzione va trovata. La Ue potrebbe presto fissare un limite per il 3-Mcpd negli oli. L’industria non può più dormire. Le alternative sono possibili. Anzi dovute per tutelare la salute dei consumatori.

 

 

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enrico cinotti

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