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Ilva, la Corte di Strasburgo mette sotto accusa l’Italia

Lo stato italiano sotto accusa per le emissioni dell’Ilva di Taranto. La decisione è della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, che ha così accettato il ricorso di 182 cittadini di Taranto e dintorni, presentati nel 2013 e nel 2015, alcuni di loro in rappresentanza di parenti morti o malati di cancro. L’accusa che la Corte di Strasburgo ha ritenuto avere prove abbastanza solide da aprire il procedimento, è che “lo Stato non ha adottato tutte le misure necessarie a proteggere l’ambiente e la loro salute”.

A Taranto inizia il processo contro vertici politici e Ilva

La notizia arriva lo stesso giorno in cui a Taranto si apre il processo contro i vertici dell’azienda siderurgica, tra cui i fratelli Riva, titolari dell’Ilva, e i vertici politici della Regione al tempo dei fatti: L’ex presidente della Regione, Nichi Vendola, il sindaco di Taranto, Ippazio Stefano, e l’ex presidente della Provincia Gianni Florido.

Peacelink: “Tutti sapevano nessuno ha fatto abbastanza”

“La decisione della corte – commenta Alessandro Marescotti, presidente di Peacelink, tra i più attivi nel contestare le ricadute dell’Ilva per la salute dei tarantini – è un’ulteriore conferma che c’è un’evidente violazione dei diritti dell’uomo, oltre agli aspetti penali, a conferma che le autorità che avrebbero dovuto proteggere i cittadini, dal governo agli enti locali, non l’hanno fatto”. Secondo Marescotti, l’aspetto più grave della faccenda, è che “Tutti sapevano che c’erano persone che morivano, che si ammalavano, e tuttavia la reazione politica è stata del tutto insufficiente”.

“La messa a norma avrebbe salvato i posti di lavoro”

L’Ilva di Taranto, già messa una volta sotto sequestro nel 2012 e attualmente commissariata, è ormai da decenni al centro di un braccio di ferro, che vede come merce da porre sul piatto della bilancia, da una parte la salute delle persone, dall’altro il diritto al lavoro delle migliaia di operai che temono di perdere il lavoro in una zona molto depressa sul piano economico. Marescotti rifiuta questo ragionamento: “Il decreto legge 626 del ’94 trasferito nel testo unico della sicurezza sul lavoro, recepisce le norme europee finalizzate ad applicare le migliori tecnologie e tutte le misure cautelative per proteggere i lavoratori. Se fossero stati protetti i lavoratori sarebbero stati protetti anche in cittadini. Paradossalmente – sostiene il presidente di Peacelink – se tra qualche mese i lavoratori dell’ilva, comè probabile, dato che i proprietari non hanno i soldi per mettere a norma gli impianti, perderanno il lavoro, è anche perché non si sono applicate le norme a tutela dei diritti non solamente dei lavoratori e dei cittadini, ma anche a tutela dello stesso posto di lavoro”. Il futuro dell’Ilva rimane incerto, soprattutto adesso che entra in gioco un peso massimo come la Corte dei diritti europei.

 

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Lorenzo Misuraca

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