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Greenpeace: “La nostra nave contro la pesca distruttiva del tonno Mareblu”

Dopo i ripetuti allarmi nel corso degli anni sulla pesca del tonno “insostenibile”, Greenpeace è passata all’azione, mandando la sua nave Esperanza nell’Oceano Indiano per una spedizione di proteste per ostacolare le attività di pesca di Thai Union, il colosso mondiale del tonno in scatola, proprietario anche del marchio italiano Mareblu.

Azioni di sabotaggio nell’Oceano Indiano

“Alcune popolazioni di tonno dell’Oceano Indiano, come il ben noto tonno pinna gialla – fa sapere l’associazione ambientalista con un comunicato –  sono ormai sull’orlo del collasso a causa di una pesca eccessiva e distruttiva. Greenpeace ha perciò deciso di entrare in azione per rimuovere dalle aree di pesca quegli attrezzi che stanno svuotando i nostri oceani”. Partita una settimana fa dal Madagascar, l’Esperanza, secondo quanto riportano gli ambientalisti, avrebbe già rimosso e resi inattivi diversi sistemi di aggregazione per pesci, i FAD, usati da pescherecci che riforniscono Mareblu e altri marchi del colosso Thai Union. “L’utilizzo dei FAD è ormai fuori controllo: nonostante da tempo siano noti i gravi problemi causati da questi sistemi, si stima che ogni anno vengano posizionati in mare oltre 90 mila FAD”, afferma Greenpeace.

Quasi un milione di squali uccisi

Questo metodo di pesca è responsabile ogni anno della morte di migliaia di giovani esemplari di tonno e di altre specie, tra cui squali. Secondo una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica “Frontiers in Ecology and the Environment”, si stima che nell’Oceano Indiano i FAD possano uccidere ogni anno tra 480 mila e 960 mila esemplari di squalo seta (Carcharhinus falciformis), una specie classificata dall’International Union for Conservation of Nature (IUCN) come “quasi minacciata”
Giorgia Monti, responsabile della Campagna Mare per Greenpeace Italia spiega: “In tutto il mondo centinaia di migliaia di persone si sono unite a Greenpeace per chiedere a Thai Union, e a tutti i suoi marchi, di eliminare dalle filiere questi sistemi di pesca distruttivi.  Thai Union ha fatto qualche passo nella giusta direzione ma è ancora molto lontana dal garantire quella sostenibilità che tanto pubblicizza”, e accusa Mareblu di usare “metodi di pesca distruttivi”,ignorando gli “impegni presi per diventare 100% sostenibile entro la fine dell’anno. Per questo abbiamo deciso di agire e fermare una pesca che saccheggia il mare per un pugno di scatolette”.

 Oltre 300 mila persone hanno già firmato la petizione internazionale di Greenpeace per convincere Thai Union a cambiare rotta. In Italia quasi 51 mila persone si sono rivolte direttamente a Mareblu mettendo la propria firma sul sito internet: www.tonnointrappola.it. Al momento nessuna replica da parte dell’azienda. 
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