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Adozioni: il “j’accuse” degli enti contro la politica

Un grido d’allarme, l’ennesimo, un appello al governo prima che la situazione diventi irrecuperabile: rendere le adozioni internazionali un sistema efficiente ed efficace, capace di salvare migliaia di bambini in attesa da troppo tempo di trovare una famiglia che li accolga.

È questo, sostanzialmente, il senso della lettera-appello firmata da decine di enti che si occupano di adozioni internazionali (24 organizzazioni, come Ciai, Aibi, Cifa e Naaa, insieme al “Care”, che riunisce 33 associazioni familiari) e rivolta al presidente del Consiglio, Matteo Renzi.

Le famiglie desiderose di adottare un bambino ci sono, così pure le associazioni che lavorano per dare accoglienza ai più sfortunati. Quello che manca, ormai da troppo tempo, è la volontà politica di dare una spinta a un sistema che appare in letargo.

 

Dal 2010 il crollo delle domande

La politica, infatti, assente da anni, è la principale imputata della palude in cui si è impantanato il sistema. Il 2010 l’anno spartiacque: prima l’Italia era leader nelle adozioni, dopo il crollo. Varie le ragioni, alcune indipendenti dall’impegno delle nostre istituzioni, come la progressiva chiusura di molti paesi da cui arrivavano i bambini, le situazioni limite come quella che ha bloccato in Congo per tre anni bambini già adottati e il miglioramento economico e sociale di alcuni paesi che ora tendono a privilegiare le adozioni interne.

 

Una politica assente

Ma le responsabilità politiche non mancano. Basta pensare che la Commissione adozioni internazionali (Cai) non si riunisce ormai da due anni e non mantiene relazioni con i paesi esteri né gli impegni sui finanziamenti dei progetti di prevenzione all’abbandono messi in atto dagli enti in quelle realtà.

Da tempo le associazioni chiedono un incontro con Renzi, finora sordo alla richiesta. Ora la lettera-appello. Nella speranza che cambi qualcosa. In fretta.

 

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carla tropia

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