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Arsenico, Fda rivede limiti per i neonati

La Food and Drug Administration sta valutando di ridurre i limiti massimi di concentrazione di arsenico inorganico nei neonati. Attraverso un progetto di orientamento per l’industria, l’Agenzia sta proponendo un limite o “livello di azione” di 100 parti per miliardo (ppb). Secondo la Fda, i neonati assumono un’elevata quantità di cereali, circa tre volte in più rispetto agli adulti, dal momento che la loro dieta è essenzialmente a base   di riso e prodotti simili.

Si tratterebbe di limiti in linea con quelli entrati in vigore a gennaio in Europa e comunque ampiamente rispettati dai produttori come dimostrato dalle analisi condotte dal nostro mensile su 9 prodotti destinati alla prima infanzia.

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Come vedete dalla tabella i risultati sono tranquillizzanti, anche considerando i limiti per l’acqua, di certo molto più stringenti di quelli relativi a un alimento che si consuma in dosi molto più limitate.
 Non sembra un caso, dal momento che nel nostro paese il fenomeno è studiato e tenuto sotto controllo, come ci assicura Francesco Cubadda, ricercatore dell’Istituto superiore di sanità. “L’Istituto ha condotto lo studio di dieta totale nazionale 2012-2014, promosso dal ministero della Salute ci dice Cubadda dal quale è emerso che l’esposizione media all’arsenico inorganico è inferiore ai valori guida per la protezione della salute in tutte le fasce di età, con valori più elevati fra i più piccoli anche in ragione del maggiore consumo alimentare in rapporto al peso corporeo e tra i consumatori abituali di determinati alimenti quali riso e derivati, crostacei e molluschi, e alcune acque minerali”.

ESPOSIZIONE GLOBALE

All’esposizione umana contribuiscono anche fattori locali, come ad esempio il risiedere in aree in con alti livelli di arsenico nell’acqua. Un fenomeno che può anche determinare la presenza di tenori di arsenico più elevati neglialimenti vegetali prodotti localmente.

Spiega il ricercatore dell’Iss: “Nel caso del riso, è il metodo di coltivazione (coltura sommersa) e le caratteristiche del cereale, a spiegare la naturale maggiore presenza di questo elemento nella granella in assenza di contaminazioni ambientali. Naturalmente, in presenza di fenomeni di arricchimento in arsenico (anche naturali) dell’acqua o del suolo della risaia l’accumulo dell’elemento nella cariosside del cereale è maggiore”. Con quali rischi? “Secondo la valutazione dell’Efsa del 2009, l’assunzione eccessiva di arsenico a lungo andare può portare a lesioni della pelle e a un aumentato rischio di tumori, nonché a diversi altri potenziali danni a carico dei sistemi nervoso e cardiovascolare, dello sviluppo fetale e del controllo della glicemia” chiarisce Cubadda. Perciò “sono stati introdotti limiti massimi per l’arsenico inorganico nel riso e nei prodotti derivati a livello europeo, che sono entrati in vigore il 1° gennaio 2016”. L’obiettivo del regolamento comunitario è tutelare alcune fasce più vulnerabili della popolazione, come ad esempio i bambini: “Nella nostra cultura questo cereale sottolinea Cubadda non costituisce la base dell’alimentazione per la maggioranza della popolazione. Esistono tuttavia nicchie di consumatori (come iceliaci, ndr) che fanno un uso frequente di pietanze a base di riso o di prodotti derivati che mostrano livelli elevati di arsenico come riso soffiato, gallette, cialde, cracker e latte di riso”.

USARE BUON SENSO

Che fare allora? “Nessun allarmismo conclude l’esperto ma buon senso. Limitare, ad esempio, il consumo di questi prodotti da parte degli adulti, e nei più piccoli evitare l’alimentazione esclusiva a base di riso: ad esempio, il latte di riso non deve sostituire il latte vaccino, tantomeno quello materno e le pappe di riso vanno alternate con prodotti a base di altri cereali. Un’attenzione speciale va ai bambini celiaci: qui l’Iss in collaborazione con l’ospedale pediatrico Bambino Gesù ha in corso uno studio specifico, i cui risultati sono attesi entro due anni”.

BABY FOOD PULITI, NIENTE METALLI PESANTI

Oltre all’arsenico, anche altri metalli pesanti, cadmio in testa, possono contaminare il riso. Non si tratta di un’ipotesi remota: qualche anno fa una ricerca dell’Istituto risorse, ecosistema e ambiente dell’agricoltura dell’Università di Nanchino, Cina, condotta su oltre 100 varietà di riso cinese, aveva evidenziato che oltre il 10% del campione era avvelenato con cadmio e altri metalli pesanti. Il problema della presenza di metalli negli alimenti di origine vegetale o animale è noto da sempre. Tuttavia, se nel passato i problemi erano legati a ristrette aree (zone vulcaniche con terreni ricchi di metalli e contemporaneamente molto fertili e quindi sfruttati per la produzione agricola), oggi si sono ingigantiti a causa dell’attività dell’uomo. Con non pochi effetti sulla salute.
I metalli possono avere, infatti, un diverso effetto sull’organismo in funzione della quantità assunta e del tempo dell’assunzione: in caso di ingestione di un’elevata quantità in poco tempo si parla di avvelenamento acuto, mentre se l’assorbimento avviene sul lungo periodo e riguarda piccole quantità che singolarmente non darebbero alcun problema, si parla di intossicazione cronica. In quest’ultimo caso si ha bioaccumulo: “I metalli pesanti si accumulano con il tempo e il nostro organismo non è in grado di eliminarli o riesce a farlo solamente in parte” spiega il professor Alberto Ritieni. Con conseguenze ovviamente di tossicità che si fanno sentire man mano che aumenta la quantità nel nostro corpo.
Un pericolo per fortuna, che le nostre analisi hanno escluso, per i campioni di baby food.

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Valentina Corvino

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