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Aflatossine nei formaggi, ecco come è scoppiato il caso

Sessanta persone indagate e il rischio, via via sempre più reale, che il formaggio ottenuto con il latte contaminato all’aflatossina sia finito sulle nostre tavole: non già tra gli scaffali della grande distribuzione ma, con ogni probabilità, nei ristoranti e tavole calde.

Facciamo un passo indietro. Il tutto ha inizio almeno due settimane fa quando la Procura di Brescia ha iscritto nel registro degli indagati una trentina di persone (poi diventate circa sessanta) con l’accusa di adulterazione e contraffazione di sostanze alimentari. Si tratta di allevatori e responsabili di caseifici che, secondo quanto raccolto finora dall’inchiesta del sostituto procuratore Ambrogio Cassiani, avrebbero usato per fare il formaggio del latte contaminato da aflatossina M1, uno dei principali metaboliti dell’aflatossina B1 nell’uomo e negli animali e può essere presente nel latte proveniente da animali nutriti con mangimi contaminati da aflatossina B1. Si tratta di un fungo tossico e cancerogeno per l’uomo.

L’inchiesta ha avuto origine dopo che il Gruppo Ambrosi, e la Centrale del latte di Brescia, hanno analizzato il latte in autocontrollo e, accortisi dell’irregolarità, hanno segnalato il caso all’Asl. Il Gruppo produce grana padano negli stabilimenti bresciani e parmigiano in quelli in provincia di Parma: hanno molto a cuore la qualità delle loro produzioni tanto che, pur non essendo obbligati a farlo, hanno portato in laboratorio il latte che avevano acquistato per i loro grana e hanno scoperto la contaminazione.

Non solo grana

A finire sotto sequestro sono state settemila forme di grana. Ma non solo. Il latte contaminato è stato utilizzato anche per produrre mozzarelle, provoloni e ricotte: latticini meno controllati rispetto al Grana e che – come sottolineava il prof. Alberto Ritieni da queste pagine – meritano maggiori controlli.

I controlli

E’ proprio sui controlli che si concentrano le attenzioni di consumatori e addetti ai lavori. Funzionano o no? Non esiste una risposta univoca e neanche si può dire che la cronaca di questi giorni ci rassicuri sull’esistenza di controlli: non si può sottovalutare, infatti, che a dare il via alle indagini è stata una segnalazione all’Asl da parte di un’azienda e non un sistema di controlli a tappeto sui caseifici della zona. Verifiche, tra l’altro, che sarebbero state auspicabili dal momento che le temperature della scorsa estate hanno favorito la crescita di questi funghi. Specie se fatte sul mangime, evitando che potesse finire nella catena alimentare degli animali un mais fortemente contaminato come quello che la scorsa estate era stivato in molte aziende del Nord Italia.

Il comportamento del Gruppo Ambrosi, pur da elogiare, non dovrebbe essere un caso isolato:  di fronte a un’irregolarità, l’Istituto ha l’obbligo di segnalare il caso all’azienda che a sua volta provvede a segnalare all’autorità sanitaria. Esattamente quello che è accaduto in questo caso.

Il Grana reagisce

Il Consorzio del Grana Padano in questa vicenda non è rimasto a guardare. Non solo si è costituito parte civile nel processo ma ha, innanzitutto, difeso la produzione. In una nota il  sostiene che “il formaggio prodotto anche eventualmente utilizzando latte con valori di aflatossine superiori al limite, è tutto in magazzino e diventerà Grana Padano dal primo luglio, insieme a tutto il formaggio prodotto in settembre, solo se supererà tutte le rigide verifiche previste dall’organismo di controllo incaricato dal Ministero dell’agricoltura, il Csqa e quelle del Consorzio di Tutela. Solo allora quelle forme potranno essere marchiate a fuoco e avranno il diritto di fregiarsi del nome Grana Padano”.

In secondo luogo, il Consorzio ha puntato il dito verso gli associati che hanno consapevolmente prodotto formaggi con latte contaminato pagato pochi centesimi al litro. Intervistato da Linkiesta, il presidente Stefano Berni ha detto: “Un paio di associati potrebbero essere stati consapevoli di aver comprato latte contaminato. Altri risultano indagati ma – aggiunge Berni – non dovrebbero essere stati consapevoli di aver comprato latte contaminato”. “Chi, consapevolmente, non si è attenuto a queste regole – aggiunge – dovrà risponderne in Tribunale secondo le leggi vigenti e poi dovrà vedersela con il Consorzio Grana Padano sia per il danno di immagine che ha causato sia per i danni commerciali che ne dovessero derivare. Non sarà mai consentito a pochi furbetti di delegittimare un intero sistema fatto di migliaia di allevatori e centinaia di caseifici seri, coscienziosi e rispettosi di tutte le rigorose regole in essere”.

Non poteva mancare la reazione del concorrente storico del Grana, il Parmigiano. Contattato da Linkiesta, l’altro grande consorzio di produzione di formaggio di qualità, quello del Parmigiano Reggiano, fa invece sapere che i controlli sull’aflatossina non avvengono nelle fasi successive della lavorazione ma sono considerati un pre-requisito nel disciplinare.

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Valentina Corvino

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