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Coniglietti di Pasqua contaminati, a finire sotto accusa il packaging

Allarme immotivato o contaminazione che ha tutti i crismi per spaventare i consumatori? Dopo che il Test-Salvagente ha rilanciato la clamorosa notizia dei giornali tedeschi, sui coniglietti pasquali di cioccolato contaminati da oli minerali (ossia da idrocarburi), in rete si alimentano versioni differenti. Da una parte chi sostiene che si tratta di una bufala, allarmismo senza ragioni reali, dall’altra chi si è spaventato.
Il Test-Salvagente già nelle ore successive all’allarme ha contattato le due aziende presenti in Italia e menzionate  da Foodwatch.org, l’Ong che ha realizzato le analisi. A rispondere è stata solo la Lindt con una posizione che non nega i risultati delle analisi tedesche ma ridimensiona i pericoli (definiti, per la verità inesistenti, secondo la posizione dell’Associazione delle industrie dolciarie tedesche) e ribadisce che in Europa non esistono limiti per le due sostanze rinvenute nella cioccolata. Lidl, invece, non ha voluto rispondere.

Gli oli della discordia

Vale la pena tornare sull’argomento per tentare di fare chiarezza su un caso che, certo, ha fatto impressione per aver coinvolto un prodotto simbolo della Pasqua e per di più riservato ai bambini, ma che dovrebbe far riflettere sul tema degli imballaggi e della migrazione di sostanze indesiderate agli alimenti.
I due oli minerali trovati nelle cioccolate da Foodwatch hanno due nomi complessi, Mosh  e Moah, ma da tempo sono al centro di polemiche.
I Mosh, mineral oil saturated hydrocarbons, comprendono idrocarburi lineari e ciclici (n-alcani, isoalcani e cicloalcani).
Moha, invece, è la sigla che sta a indicare i mineral oil aromatic hydrocarbons.

Un allarme che viene da lontano

Le due sostanze vengono alla ribalta nel 2011, quando in Svizzera l’Autorità di controllo degli alimenti di Zurigo porta in laboratorio 119 prodotti contenuti in scatole di cartone, tra cereali da colazione, pasta e riso.
Dalle analisi emerge che gli oli minerali presenti nelle confezioni, fatte con carta riciclata, arrivano agli alimenti: dei 119 campioni appena 30 risultano “puliti”. Tutti gli altri non solo superano i limiti considerati sicuri per la presenza di sostanze indesiderate (0,01 mg per chilo, secondo i pareri del Joint FAO/WHO Committee on Food Additives dell’epoca), ma la maggior parte dei prodotti oltrepassa il limite di circa 10 volte. Più a lungo gli alimenti restano nelle scatole, si stabilisce, più la contaminazione aumenta, arrivando a superare il limite di centinaia di volte.

Pericolosi? Sì, no, forse

Sulla pericolosità di Mosh e Moah si discute sempre più aspramente e non sempre con pareri concordi.
Sembra abbastanza certo che si accumulino nei tessuti animali, nel latte e nel grasso umano. Uno dei pochi esperimenti su questi composti (Fisher 344) ha trovato che causano  lo sviluppo di granulomi al fegato e lesioni a linfonodi mesenterici nei ratti dirà a dosi molto basse, 0,01-20 mg/kg di peso corporeo.
Nel 2013 l’Efsa emette un parere scientifico sulle due sostanze, ribadendo che una parte dell’esposizione è dovuta proprio agli imballaggi e raccomandando una serie di misure per limitare la migrazione negli alimenti e indicando come servano altri studi.

Quel che appare innegabile è che il problema, al di là dei poveri coniglietti di cioccolato di Pasqua, è esteso a molti degli imballaggi che vengono a contatto con i nostri alimenti. Magari anche consumati meno sporadicamente di quanto non si faccia con un dolce da ricorrenza come quello finito sotto i riflettori tedeschi.

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Anna Gabriela Pulce

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