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Gragnano, Napoli, ma la pasta Santa Lucia era fatta in Turchia. Garofalo nella bufera

Sulla trasparenza non è facile stare in equilibrio. Anche per i  big. Prendiamo la storia che nei giorni scorsi ha associato il pastificio Garofalo al sequestro di un milione di chili di spaghetti nel porto di Genova con una accusa  infamante: far credere  “Italiana” una pasta made in Turchia.

La notizia non poteva non destare clamore e Test-Salvagente ha voluto chiamare in causa l’amministratore delegato del pastificio Garofalo, Massimo Menna: “Sono sinceramente sorpreso dalle notizie riportate che hanno l’unico effetto di danneggiare aziende che da sempre creano valore per se stesse e per il Paese, e che agiscono sempre nel pieno rispetto delle regole. La qualità e la trasparenza sono sempre state le priorità per il nostro pastificio, sia che si tratti di prodotti “Made in Italy” – come la nostra linea premium e molti altri brand che escono dal nostro stabilimento di Gragnano – sia che si tratti di linee prodotte altrove per altri mercati, come la linea Santa Lucia di cui si parla nel caso specifico, nata e destinata da sempre al mercato africano. Proprio per l’importanza che diamo a qualità e trasparenza tengo a chiarire i diversi e importanti aspetti della vicenda”.

Da Gragnano alla Turchia

Facciamo un passo indietro. Alla fine del 2014 le Fiamme gialle sequestrarono nel porto di Genova (nella zona di transito, quindi giuridicamente in “Stato estero”) 972mila 147 chilogrammi di pasta Santa Lucia, un brand di proprietà del noto pastificio di Gragnano destinato esclusivamente al mercato africano (impossibile trovarlo sugli scaffali italiani né di altri Paesi europei). All’inizio veniva prodotto negli stabilimenti di Gragnano ma una decina di anni fa il pastificio ha delocalizzato la produzione in Turchia in accordo anche con la clientela africana, con il preciso obiettivo di mantenere vivo il brand sul mercato, perseguibile solo attraverso l’abbassamento dei costi per arrivare ad un prezzo adeguato rispetto a quello dei competitor stranieri,  in particolar modo i turchi che nel frattempo si dilettavano ad imitare un prodotto molto amato. (continua dopo il video)

Italian sounding?

Secondo i finanzieri del comando provinciale, il sequestro rientrava tra le operazioni a difesa del made in Italy: per gli inquirenti le informazioni contenute sulla confezione non spiegherebbero in maniera esauriente che la pasta è stata prodotta in Turchia e non in Italia. Un caso di italian sounding? È questa la convinzione dei finanzieri. La differenza con quello più conosciuto (il Parmesan americano, ad esempio) è che a metterlo in atto è un’azienda italiana (seppur di proprietà – da qualche anno – di un marchio spagnolo).

È vero che in etichetta è specificato che la pasta è prodotta in Turchia ma è anche vero che il logo evoca inequivocabilmente il nostro Paese, in particolare una zona produttiva riconosciuta come distretto d’eccellenza per la pasta.: Gragnano, Napoli, Italia.

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Valentina Corvino

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