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La Cargill riduce l’uso di antibiotici negli allevamenti Usa

Quando negli Usa si muove la Cargill, multinazionale dell’alimentare tra le più forti del mondo, significa che sta cambiando qualcosa. E quando l’annuncio è che in Texas, Kansas, e Colorado, tanto per fare qualche esempio, ridurrà l’uso di antibiotici su circa 1,2 milioni di bovini all’anno, significa che il tema dell’abuso di antibiotici in allevamento, della creazione di superbatteri, sta finalmente producendo degli effetti.
La riduzione è stata annunciata l’8 marzo e di certo non è che un primo passo, dato che riguarda appena il 18 per cento dei bovini allevati dalla Cargill. Ma è innegabile che la decisione di ridurre l’uso di antibiotici, specie se utilizzati per le cure degli uomini, è un segnale importante in un paese in cui è dal 2013 che la Food and Drug Administration chiede, senza successo, alle case farmaceutiche di smettere di venderli agli agricoltori al solo scopo di far aumentare il peso degli animali (ossia come promotori della crescita) e guadagnare di più.
Le conseguenze di questi abusi sono oramai innegabili, l’ultimo studio a dimostrarle è quello cinese che ha mostrato come l’utilizzo di antibiotici negli allevamenti (in questo caso erano quelli suini) ha provocato enormi aumenti nel numero di geni resistenti agli antibiotici nella regione, rispetto a un sito privo di antibiotico in una regione simile.
Negli Usa la questione è da molto tempo all’ordine del giorno e si calcola che i batteri resistenti ai farmaci producono circa 2 milioni di malati ogni anno, e ne uccidono più di 20.000 (dati del Centers for Disease Control and Prevention).
In Europa la situazione non è molto diversa. Tanto che la Commissione Ue ha chiesto agli Stati membri di monitorare l’uso di antibiotici in allevamento e si è impegnata a pubblicare regolarmente una relazione con dati comparabili. Peccato che si tratti di una strada lunga, che richiede molto tempo. E di tempo, per fermare la crescita dei superbatteri, ne resta davvero poco.

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Riccardo Quintili

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