News

Perché l’industria alimentare italiana non sopporta il giornalismo d’inchiesta

Inviato Tg1 e autore di www.veleninelpiatto.com

Per l’Associazione delle industrie produttrici di dolci e pasta (Aidepi) che porta sugli scaffali dei negozi e dei supermercati dalla pasta ai cereali pronti per la prima colazione, dai prodotti a base di cacao ai gelati, dalla pasticceria industriale ai biscotti il 2015 deve essere stato un “annus horribilis”.

Nonostante una campagna pubblicitaria aggressiva e dispendiosa, si parla di centinaia di migliaia di euro per acquistare intere pagine di quotidiani, l’anno appena trascorso ha segnato la messa al bando da parte dei consumatori di un ingrediente che abbiamo scoperto, grazie alle norme europee per etichette più trasparenti, essere la base delle loro produzioni: l’olio di palma, un grasso vegetale a basso costo ritenuto poco salutare e di scarsa qualità.

A questa doppia batosta che ha costretto l’industria alimentare a iniziare una lenta marcia indietro per tornare a grassi vegetali più salutari, si è aggiunta la messa in discussione dell’ingrediente principale delle produzioni di Aidepi: le farine raffinate e i grani che vengono utilizzati per fare pasta, pane e dolci. Quasi in contemporanea Speciale Tg1 (con “Veleni nel piatto?” di cui sono stato l’autore e che trovate a questo link) e poi Il Test-Salvagente con il numero in edicola hanno analizzato il modo con cui viene coltivato e trasformato il grano. Nel mio documentario si parlava soprattutto dei grani antichi e della loro elevata digeribilità rispetto alle varietà moderne di taglia corta e glutine rinforzato, mentre “Il Test-Salvagente” metteva l’accento sulla presenza negli spaghetti di residui di pesticidi e di micotossine, seppur nei limiti di legge. Apriti cielo.

Sindrome da assedio

Vuoi vedere – si devono essere detti nelle stanze dell’Aidepi – che sta per iniziare una nuova campagna che stavolta se la prende con la pasta, l’alimento principe della nostra cucina e il simbolo dell’Italia nel mondo?

E se va a finire come con l’olio di palma, che facciamo?

Impulsivi come solo un grande industriale italiano sa a volte essere, hanno preso carta e penna e hanno provato a tirarci le orecchie, auspicando nel mio caso addirittura l’intervento sulla Rai di Matteo Renzi in persona. Naturalmente è stato un vano tentativo perché sia la mia inchiesta che quella de “Il Test-Salvagente” avevano solide basi scientifiche.

Dieci sorelle insofferenti

Le lettere sono però rivelatrici di una spiccata insofferenza dell’industria italiana nei confronti di un rapporto virtuoso tra informazione e consumatori. Invece di spendere tanti soldi in pubblicità che sorvolano sugli ingredienti, mitizzando prodotti che di naturale hanno ben poco, dovrebbero cogliere la tendenza innegabile nella società italiana per il ritorno ad una alimentazione sana e tradizionale, ben lontana dagli standard che le “dieci sorelle” del cibo ci hanno imposto finora. Peccato che non vogliano ascoltarci perché alla fine, seppur costretti a fare investimenti, ne guadagnerebbero in fiducia da parte del consumatore. Attaccare nell’era digitale il giornalismo d’inchiesta, l’unico che ha ancora la fiducia incondizionata del grande pubblico non porta da nessuna parte.

Sono sessant’anni che tra cinema, televisione e adesso internet rimbalzano le parole di Humphrey Bogart: “È la stampa, bellezza! E tu non ci puoi far niente!”. Strano che ancora non lo hanno capito.
[su_divider text=”speciale” style=”dotted” divider_color=”#f80438″ link_color=”#f80438″ size=”4″]

 

Quando all’industria alimentare italiana la verità non piace, leggi anche:

 

 

Previous post

Olio di palma sostenibile: regole più strette

Next post

I miraggi di Hairdreams e le vere cause della calvizie

The Author

Alessandro Gaeta

Alessandro Gaeta