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Lo scivolone di Altroconsumo sull’olio

Nel giornalismo, da sempre, non c’è peggior smacco che bucare una notizia, ossia vederla uscire su un giornale concorrente e non averla nel proprio. Succede, a tutti, ma mandar giù il boccone amaro è sempre difficile. C’è chi sa farlo con classe e chi, invece, fatica a mantenere lucidità in casi come questi.

E deve essere stata dura per Altroconsumo digerire il clamore che ha provocato l’inchiesta del nostro giornale sull’olio extravergine, tanto più che pochi giorni prima che scoppiasse il caso, finito sui giornali di tutto il mondo, aveva pubblicato un numero con un titolo molto rassicurante. “Olio italiano al top”, spiegava la rivista, che aveva promosso 22 extravergini su 23 analizzati. Tra questi anche i marchi che, invece nel nostro test erano stati bocciati alla prova di assaggio.

Un’inchiesta che ha fatto rumore

Inevitabile che la rivista sia rimasta spiazzata dai risultati pubblicati dal Test e che qualche suo lettore abbia chiesto spiegazione di giudizi tanto differenti da quelli che hanno portato all’inchiesta (e alla conferma delle successive analisi) di Guariniello. E nel numero di gennaio, appena uscito, il giornale prova a dare qualche spiegazione ai suoi lettori.

Lo fa – come spesso accade sui giornali italiani – senza mai citare la nostra testata, parlando solo di un’inchiesta che “ha fatto rumore”. Pace, è abitudine della carta stampata nostrana non menzionare mai il concorrente, anche quando lo si tira in causa. Criticabile, certo, ma comune.

Assaggiatori certificati

Colpisce invece che già dal titolo del suo articolo provi una difesa del proprio operato abbastanza scivolosa (consentiteci, dato l’argomento, il gioco di parole). “Assaggiatori certificati giudicano gli extravergine”, scrive Altroconsumo. Non abbiamo dubbio che la rivista abbia usato – come scrive – assaggiatori ufficialmente riconosciuti dal ministero delle Politiche agricole. Certo, Altroconsumo non ha l’abitudine di rivelare ai lettori (come facciamo noi) i nomi dei laboratori che utilizza e dunque c’è da fidarsi della sua parola. E neppure ci sfiora l’idea che volesse mettere in dubbio il fatto che nel nostro caso la scelta non fosse stata fatta con la stessa rigorosità. Anche perché bastava leggere il nostro servizio per accertarsi che le prove del Test sono state condotte dal Laboratorio chimico dell’Agenzia delle Dogane, non solo un ente riconosciuto ma probabilmente anche il più affidabile.

Bottiglie mal conservate?

Altroconsumo, cosciente della difficoltà di dare una spiegazione prova a chiudere il pezzo con un’ipotesi, questa sì davvero scivolosa. “Dato che si tratta di un prodotto deperibile – scrive la rivista – basta che una bottiglia venga conservata male per dare subito un gusto difettoso”.

Una tesi tanto ardita da risultare poco credibile. Anche perché Altroconsumo non può ignorare – se ha letto le cronache dei giornali – che il nostro test è stato confermato da uno successivo realizzato da un altro laboratorio delle Dogane, incaricato dal procuratore Guariniello, dopo un campionamento eseguito in gran segreto dai Nas nei supermercati italiani. Possibile pensare che in tutt’e due i casi le bottiglie fossero conservate male? La tesi ci pare insostenibile, tant’è che neppure i produttori “incriminati” hanno avuto il coraggio di sostenerla.

A difesa di chi?

Scivoloni a parte, quello che stupisce è che un’associazione dei consumatori, invece, di raccontare uno scandalo che ha avuto portata internazionale, di chiedere il rispetto della legge ai big del settore (come hanno fatto molte altre associazioni dalla parte del cittadino), preferisca limitarsi al guardare al proprio orticello.

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Riccardo Quintili

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