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Per il Comune di Roma l’Urss è ancora viva

Nata in Urss, e basta. Non c’è niente da fare, il Comune di Roma ignora la Storia e non cede alle richieste di una cittadina (italiana) che chiede di rettificare il proprio documento di identità: “Sono nata nella Repubblica socialista sovietica uzbeka, che oggi non esiste più. Potreste cortesemente cambiare il dato sui miei documenti e scrivere Uzbekistan?”.

Ma l’Ufficio anagrafe capitolino è sordo alla richiesta, e non gli importa nemmeno se nel frattempo la Questura di Roma sia invece intervenuta a modificare il passaporto della signora inserendo la denominazione attuale del luogo di nascita.

La storia ha dell’incredibile: la burocrazia, almeno quella comunale, cristallizza l’identità della signora ai tempi in cui l’Urss esisteva davvero, non ammettendo gli avvicendamenti geo-politici nel frattempo intervenuti.

La ragione è la legge italiana, che dimentica il buon senso e applica il criterio “storico”, per cui “negli atti anagrafici il luogo di nascita deve essere necessariamente riportato con la denominazione e con le caratteristiche che gli erano proprie alla data dell’evento”, come ci ha risposto la direzione anagrafe del Comune di Roma da noi sollecitata sul punto.

Insomma, non se ne esce. Il muro di Berlino non è mai stato abbattuto, L’Unione sovietica è ancora tra di noi. E gli interrogativi che sorgono sono davvero tanti.

Mentre la questura è in grado di rilasciare un passaporto aggiornato – “abbiamo chiare disposizioni interne in questo senso”, ci conferma una fonte dell’Interpol -, un Comune non può fare altrettanto, legato a una legge quantomeno anacronistica che crea i paradossi che la signora vive ogni giorno sulla sua pelle: tre documenti (se si aggiunge anche la patente, in cui addirittura è riportata l’indicazione Urss), ognuno diverso dall’altro. E la signora ne teme le conseguenze pratiche: “ho una casa in comproprietà, un conto bancario cointestato, ho anche una certa età… che succede se per qualche motivo dovessero servire i miei documenti e ci si rendesse conto che tra questi non c’è corrispondenza?”. Il passaporto, poi, dovrebbe essere il documento “principe”: tutti gli altri non dovrebbero conformarsi a cascata proprio al passaporto?

Ma nemmeno un ricorso giudiziale è riuscito a sciogliere il nodo burocratico: il Tribunale di Roma ha infatti respinto il ricorso della signora, dando ragione alle motivazioni del Comune, senza aggiungere altro.

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carla tropia

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