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Ogm e glifosato, così le lobbies condizionano Usa e Ue

Se c’è un settore in cui vige la più completa confusione circa i possibili benefici e i rischi è quello della tecnologia applicata all’alimentazione. Sugli organismi geneticamente modificati, nessuno ha le idee chiare e a mettere paura, forse, è più il nome che la reale conoscenza di come gli ogm saranno in grado di cambiare o peggiorare il nostro modo di alimentarci. Perché tutto questo alone di incertezza? Una recente inchiesta firmata dallo statunitense New York Times prova a spiegare le ragioni del mistero e senza troppi giri di parole sostiene che le lobbies del settore hanno condizionato e continuano a farlo la comunicazione sugli ogm. Risultato? Ai consumatori viene negata la possibilità di conoscere e valutare in maniera autonoma e consapevole.

LA STRATEGIA DI LOBBYING

Mail alla mano, il quotidiano americano ha ricostruito tutta la strategia di lobbying: viaggi pagati per prendere parte a conferenze in cui venivano esposti i benefici degli ogm e finanziamenti diretti a produrre studi che passavano all’opinione pubblica come fatti da blasonate università. L’esempio più lampante dell’azione delle lobbies è il sito gmoanswers.com in cui il Council for Biotechnology Information – che riunisce BASF, Bayer, Monsanto, Dow Chemicals e DuPont – ha messo a disposizione una serie di FAQ, ovvero una lista di domande e risposte affidate a più di 100 ricercatori e docenti “indipendenti”: in realtà – come dimostrato dal NYT – in molti casi questi esperti si sono limitati a incollare il testo ricevuto dall’azienda, casualmente sempre positivo verso gli OGM.

IL CASO EFSA DENUNCIATO IN “UNHAPPY MEAL”

Più in generale, il conflitto d’interesse è materia attuala anche in Europa dove più volte le istituzioni sono finite nel mirino di inchieste da parte di organizzazioni no profit. Lo scorso anno l’inchiesta “Unhappy meal” (Il pasto infelice) dell’inglese Corporate Watch, un gruppo di ricerca indipendente, ha passato al setaccio le agenzie indipendenti europee giungendo alla conclusione che sono sotto l’influenza dell’industria agro alimentare. Il riferimento – non nuovo – è all’Agenzia europea per la sicurezza alimentare dove – scrive il rapporto – 122 dei 209 esperti hanno conflitti di interesse con i produttori dell’agro-alimentare. Il rapporto illustra un esempio lampante: l’International life sciences institute (Ilsi) coinvolge non meno di 30 esperti dell’Efsa. L’Ilsi è stata fondata nel 1978 da Coca-Cola, Heinz, Kraft, General Foods, Procter and Gamble. E’ finanziata dalle multinazionali del settore alimentare, della chimica e della farmaceutica al fine di esercitare pressione sugli organismi di controllo, le agenzie pubbliche.

IL GLIFOSATO E L’INDIPENDENZA DI CHI DECIDE SUL RISCHIO

La commistione tra interessi pubblici e privati è palese anche nel caso “glifosate”, l’erbicida più usato al mondo su cui si è espressa di recente l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) classificandolo come “probabile cancerogeno per l’uomo”. Mentre in Svizzera un test effettuato dalla trasmissione A Bon Entendeur ha evidenziato la presenza dell’erbicida nelle urine nel 37,5% dei campioni, in misura variabile tra 0,1 e 1,55 microgrammi per litro, un panel di scienziati sta lavorando, per conto della Commissione europea, alla nuova valutazione del rischio per il glifosato la cui autorizzazione è in scadenza a dicembre. Peccato che, come ha evidenziato un’inchiesta del Corporate Europe Observatory, tre elementi sarebbero a libro paga di BASF e Bayer. Saranno in grado di decidere in serenità se il glifosato è tossico per la salute di un intero continente?

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Valentina Corvino

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