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Giornalismo e alimentazione, il duro mestiere di chi fa inchiesta

“Giornalismo d’inchiesta e alimentazione: il ruolo della stampa nello smascherare le apparenze e nel denunciare il falso ‘Made in Italy’ che provoca danni alla salute e all’economia del Paese”. Questo il convegno organizzato dall’Ordine nazionale dei Giornalisti lo scorso 23 settembre a Cascina Triulza, all’interno di Expo 2015.

Tra i relatori il nostro direttore responsabile, Riccardo Quintili, che ha parlato delle inchieste giornalistiche realizzate dal Test e prima ancora dal Salvagente che hanno svelato decine di truffe e di comportamenti illeciti o “border-line”. Inchieste che non lasciano indenni chi le fa, dal momento che non appena un’azienda si vede citata in un articolo, fa scattare la querela con richiesta di risarcimento milionario (quella che in termini giuridici si chiama lite temeraria perché basata sulla malafede di chi cita in giudizio sapendo di non averne legittimo motivo). Questo macigno che incombe su giornali che fanno inchieste a analisi sull’alimentare non frena però chi vuol agire in favore del pubblico, a chi fa fino in fondo il proprio dovere a suo rischio e pericolo. E così ecco che durante il convegno hanno parlato della propria esperienza diversi giornalisti che si sono distinti nel denunciare le truffe delle aziende che si occupano di alimentazione.

Attilio Barbieri, giornalista di Libero che ha anche un proprio blog, ha svelato la truffa del pomodoro San Marzano, disilludendoci sul fatto che le truffe relative al Made in Italy vengano fatte solo da chi non è italiano. In vendita nei supermercati USA c’erano quintali di pomodori pelati “tarocchi” realizzati in Italia (scoperti per la mancanza del bollino DOP rosso e giallo), “spesso” ha detto “i prodotti vengono realizzati in Italia da italiani che usano materie prime provenienti dall’estero e poi mettono il marchio finto del Made in Italy”.

E per quanto riguarda il famigerato italian-sound? Nemmeno Expo Milano 2015 ne è stato esente. Con un certo coraggio – o una certa faccia tosta – il padiglione della Russia, nella sezione dei Tartari, ha infatti presentato un formaggio marca… Formaggio. Denunciato dal giornalista, il fatto è stato motivato con un “volevamo rendere omaggio all’Italia che ci ha ospitato all’Expo” ma intanto il giorno dopo quel formaggio era sparito.

E cosa dire di uno dei punti di forza della nostra produzione nazionale, l’olio? Fatto con olive italiane? Nemmeno per sogno: le imprese italiane comprano le olive da Grecia, Spagna e Turchia, tanto non hanno l’obbligo di scriverlo sull’etichetta, dove basta mettere “ottenuto da oli di oliva originari dell’Unione Europea”.

E sull’olio spacciato per italiano si è soffermato Bernardo Iovene, giornalista di Report, che ha raccontato la sua esperienza: “ho dovuto addirittura litigare con i consumatori, che non credevano a ciò che dicevo, convinti da anni di pubblicità”. In realtà alcuni dei più famosi marchi italiani legati a un territorio o a una regione nota per il numero di uliveti e di olio di qualità (prendiamo ad esempio la Toscana o la Liguria) non usano le olive del luogo se non per un 8%, a volte anche meno. Le inchieste giornalistiche di Report lo hanno dimostrato e provato ricevendo in cambio richieste risarcitorie di danni all’immagine e scetticismo da parte del pubblico.

I giornalisti che realizzano le inchieste devono quindi fare molta attenzione, perché se fanno i nomi dei marchi arrivano le querele temerarie con richieste di soldi che non hanno né potranno mai guadagnare in una vita intera di lavoro.

Riccardo Quintili ha spiegato che questa forma di imbavagliamento non è usata solo dalle imprese più o meno truffaldine ma anche dalle istituzioni pubbliche. Bisogna tacere o si crea il panico. Bisogna dire che è stato riscontrato un problema, che ci sono degli alimenti nocivi, che delle case produttrici hanno realizzato una truffa ma non bisogna dire quali. I nomi dei veri colpevoli non vanno fatti. Ciò comporta – ha detto Quintili – che i consumatori non acquistano più alcun tipo di prodotto perché non sanno quale sia contaminato e quale no, quale faccia male e debba essere ritirato e quale no, facendo crollare l’intero mercato di quella categoria di prodotti e causando danni all’economia e in particolare ai produttori corretti che non avevano alcuna colpa.

Noi del Test i nomi invece li facciamo, perché eseguiamo delle analisi comparative e ne pubblichiamo gli esiti, come i nostri lettori ben sanno. Le conseguenze?

Vediamole per permettere al pubblico di capire il nostro ruolo. Prendiamo l’esempio dell’inchiesta del Test sul miele d’acacia (il più costoso): la ricerca ha dimostrato che su 21 marche che esponevano sulla confezione l’etichetta “miele d’acacia”, 4 non contenevano altro che normale miele millefiori. Ma – come spiega il nostro direttore – il giornalismo d’inchiesta ha senso solo quando svolge il ruolo di denuncia di un problema e quindi cita i nomi per avvisare non solo i consumatori ma anche le stesse case produttrici. Se infatti trova di fronte a sé imprese responsabili, invece di ricevere una richiesta di risarcimento milionario per aver detto la verità (cosa che è stata fatta da una delle 4 case produttrici del miele non corrispondente alle dichiarazioni), può avviare un miglioramento dei controlli.

In questa lotta per la verità noi giornalisti d’inchiesta non siamo però soli. Al nostro fianco ci sono delle realtà importanti che ci sostengono e ci forniscono dati e input. Per esempio durante il convegno è intervenuto Rolando Manfredini, responsabile della sicurezza alimentare di Coldiretti nazionale. Ci ha parlato di come i NAS (Nucleo antisofisticazioni) trovino costantemente prosciutti con il marchio contraffatto “prosciutto di Parma” o di come siano stati trovati prodotti che imitavano il parmigiano reggiano e il grana padano grazie ad un semplice escamotage: li vendevano già affettati e facevano in modo che la scorza riportasse la parte di marchio identica a quella del Grana Padano originale in modo che gli acquirenti la scambiassero per la vera etichetta. “E non crediate che sia illegale, perché è perfettamente legale. L’etichetta completa, il marchio completo sarebbe stato diverso, ma i produttori così possono dichiarare che non è colpa loro se il taglio della fetta proprio in quel punto ha indotto in errore il consumatore”.

E così ecco che si svelano le grandi truffe, le situazioni border-line, i piccoli imbrogli che ci stanno portando verso il baratro, con una contraffazione che dal 2008 ad oggi è aumentata del 248%.

A danno dell’economia nazionale, a danno dei consumatori, a danno di tutti. Ma noi siamo ancora qui, in prima linea, forse l’ultima.

 

 

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Daniela Molina

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