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Se Uber fa litigare Altroconsumo e Que Choisir

Che succede nel Beuc? La domanda è lecita se si pensa che poco più di un mese fa Altroconsumo, l’associazione italiana che aderisce al gruppo europeo delle associazioni di consumatori, aveva firmato intere pagine di giornali in sostegno di Uber, il popolare servizio di car sharing. Più o meno nello stesso momento l’Ufc-Que Choisir, il cugino francese di Altroconsumo, attaccava le condizioni contrattuali di Uber, giudicando molte clausole dei contratti abusive o addirittura illegali.

 

UN ASSEGNO IN BIANCO

Dopo l’attenta analisi dei contratti di Uber, l’Ufc parla assai chiaramente di un “assegno in bianco”: tra proliferazione di clausole derogatorie di responsabilità e cessione a terzi dei dati personali degli utenti, sarebbero non meno di 22 quelle ritenute abusive e/o illecite.

Tanto per fare un esempio, Uber in caso di violazione contrattuale limita la sua responsabilità globale “a un massimo di 500 euro.” Allo stesso modo, la piattaforma esclude ogni responsabilità “per i danni causati da malware e virus.

 

PARIGI AMMONISCE, MILANO PROMUOVE

Il giudizio, almeno da parte dell’associazione francese è decisamente chiaro. “Alla luce di questi elementi schiaccianti, e senza nemmeno entrare nel dibattito in corso tra taxi e Uber, UFC Que Choisir richiede una vigilanza nei confronti di questo nuovo ‘servizio’ e chiede ufficialmente a Uber di modificare i termini contrattuali. Senza modifiche, l’associazione non mancherà di far valere i diritti dei consumatori in giudizio”.

Una posizione un po’ distante da quella di Altroconsumo, intervenuto in giudizio davanti al Tribunale di Milano per chiedere che venisse sbloccato il servizio Uber Pop. La vicenda, la ricorderete, aveva portato al blocco di Uber-pop, su tutto il territorio nazionale con inibizione dalla prestazione del servizio, dopo che il Tribunale di Milano aveva accolto il ricorso presentato dalle associazioni di categoria dei tassisti per “concorrenza sleale” della app.

 

IN ITALIA SI AFFILANO LE ARMI

Da noi il settore è talmente in espansione, che i rischi che le zone d’ombra si trasformino in boomerang per tanti, esistono eccome. La difficoltà sta nel trovare il giusto equilibrio tra rispetto dell’innovazione e della concorrenza leale. E in tal senso il dibattito tra aziende, sindacati di settore, e legislatore, è molto acceso.

Per questo, l’Autorità di regolazione dei Trasporti ha inviato oramai da tempo al governo e al Parlamento un atto con le sue proposte di modifica normativa della “Legge quadro per il trasporto di persone mediante autoservizi pubblici non di linea” in cui prova a mettere dei paletti, da applicare solo “alle piattaforme che forniscono servizi su base commerciale”. Per molti di questi operatori i requisiti richiesti sarebbero: obblighi in tema di assicurazione Rc-auto, di trasparenza nella fissazione delle tariffe e di controlli periodici. I conducenti inoltre dovrebbero avere almeno 21 anni di età e operare “nei limiti delle prestazioni di lavoro occasionale e comunque per un massimo di quindici ore settimanali”.

Serve insomma un intervento legislativo per fissare i paletti. Ma il Parlamento non sembra particolarmente reattivo. E alcune delle sigle di tassisti più agguerrite – come Uritaxi presieduta da Lorenzo Bittarelli – hanno già affilato le armi con una squadra di legali pronta a smontare qualunque ipotesi di legge che apra la strada a Uber.

 

 

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Paolo Moretti

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