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Ritiri alimentari, l’Italia sceglie (forse) la trasparenza

Un pericolo corre per l’Italia. Si chiama Sudan 1 ed è un colorante cancerogeno, non ammesso in alcun modo negli alimenti ma scoperto nel peperoncino che finisce in salse, sughi pronti, formaggi. Un rischio enorme per chi lo consuma. Eppure nessuno si sogna di spiegare a chi ha comprato quei prodotti e li ha in casa di non consumarli…
Non spaventatevi, quello che abbiamo appena finito di citare è un allerta vecchio e non più attivo. È del 2003, e fu lanciato proprio dalle analisi del Salvagente. Finì per diventare, con ogni probabilità, il sequestro di prodotti alimentari più grande (e silenzioso) di tutti i tempi in Italia.

Abbiamo scelto il peperoncino al Sudan ma avremmo potuto optare per i frutti di bosco surgelati che veicolavano epatite A, il latte all’Itx o  la mozzarella di bufala alla diossina.
Il trait d’union di questi scandali è sempre stata la scarsissima trasparenza delle autorità sanitarie italiane. Nessun allerta pubblico, nessuna indicazione ai consumatori, semmai qualche ministro in tv ripreso mentre azzanna una coscia di pollo, una mozzarella, tanto per tranquillizzare l’opinione pubblica.
Tranquillizzare, è sempre stata questa la prima preoccupazione delle nostre autorità sanitarie. Meglio non turbare il mercato che tutelare i consumatori, insomma.

QUALCOSA SI MUOVE
Qualcosa, però, sembra finalmente muoversi in direzione diversa. A quasi 15 anni dall’entrata in vigore del regolamento europeo (il 178/2002) che ha istituito un sistema di allerta rapido sui cibi pericolosi, il ministero della Salute sembra aver deciso di dotarsi di norme uniformi e trasparenti sui ritiri alimentari.
Il percorso sarà lungo, probabilmente darà pienamente i suoi frutti solo a fine 2016, ma la strada è iniziata. Un gruppo di lavoro ha già coinvolto alcune associazioni di consumatori, poi sarà la volta di distributori e produttori.
I primi segnali sono incoraggianti. Se un cibo viene ritenuto dannoso per la salute (intossicazioni, allergie, tossinfezioni, ecc) ed è già stato venduto, è previsto l’obbligo per l’operatore alimentare di avviare una procedura di richiamo, avvertendo immediatamente le Asl e i potenziali clienti tramite media, sito web, cartellonistica, social.  Tra le informazioni che deve fornire, assieme al motivo del richiamo, ci sono quelle che permettono il riconoscimento del prodotto: marca, lotto, perfino fotografie.

LE NOVITA’ ALL’ORIZZONTE
È vero, i produttori più seri lo fanno già, ma non tutti. Il passo in avanti non da poco, è accompagnato da un’intenzione ancora più interessante: un sito web che contenga tutti i richiami in atto, in modo che i consumatori possano rapidamente avere le informazioni che possono tutelare la loro salute.
Ottime intenzioni, dunque, che colmerebbero una lacuna tutta italiana che prosegue da anni, e fa più male che bene a tutti. Quando trapela un allerta alimentare, infatti, in mancanza di informazioni certe si trasforma in scandalo e in panico e finisce per penalizzare gli acquisti dell’intero settore. Anche dei produttori che non sono coinvolti.

È bene chiarirlo, si tratta ancora di intenzioni e dato che il diavolo è nei dettagli, sarà bene controllare che non ne esca una norma annacquata, magari sulla rapidità o completezza del messaggio. Ma, per una volta, godiamoci il momento.

E in attesa di un sito pubblico, i richiami di cui veniamo a conoscenza continueremo a ospitarli su www.testmagazine.it.

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Riccardo Quintili

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