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Expo2015: parliamo di Ogm?

“Abbiamo preso in mano le redini dell’evoluzione per creare una popolazione di alieni piegati agli interessi commerciali di pochi. Il sogno della creazione, ideato non a vantaggio dell’umanità, ma della Borsa”. Le parole e l’amarezza del professor Giorgio Celli le raccogliemmo in uno dei primi servizi che il Salvagente realizzava sugli organismi biotech. Le prime piante transgeniche venivano commercializzate dalle multinazionali e già circolava il nome di “Frankenstein food”.
A 20 anni di distanza, il senso di sconfitta espresso dall’entomologo bolognese, scomparso quattro anni fa, sembra più che mai attuale. A maggior ragione di fronte al ricorrente appello pro-Ogm di qualche scienziato italiano, peraltro non nuovo a dichiarazioni a favore dei transgenici e ai contenuti di Expo2015 dove i transgenici sono convitati di pietra del rapporto tra gli interessi di poche multinazionali e quelli dei consumatori di mezzo mondo.
Ne avevamo parlato, per un’intervista al Salvagente di pochi mesi fa, con Marcello Buiatti, ordinario di genetica presso l’Università di Firenze. In questi primi giorni di Expo ci sembra il caso di ripubblicarla, data l’attualità dei temi.

Esseri viventi o macchine?

“In questo settore di scienza ce n’è davvero poca. La scienza è conoscenza e il sapere sulla vita non può mai essere meccanico, visto che la vita meccanica non è. E invece chi fa Ogm ha proprio questa visione, pensa che gli essere viventi siano un po’ come delle macchine fatte di componenti indipendenti. Per cui se si cambia una ruota non cambia nulla. E invece qui se muta qualcosa si altera un equilibrio. Gli Ogm sono un tentativo di far finta che la vita non sia vita ma una macchina”.
Il giudizio di Marcello Buiatti è netto. E descrive, senza sconti, un fallimento completo degli organismi geneticamente modificati, disegnando uno scenario un po’ più complesso di quello miracolistico o demoniaco che smuove i due fronti contrapposti che siamo abituati a conoscere.
Professore, gran parte dei consumatori e dei coltivatori italiani non vogliono i transgenici. I primi non si fidano, i secondi temono di non riuscire più a scampare alla contaminazione Ogm. Hanno ragione?
Sì, ma non perché si muoia ingerendo un Ogm o perché la pianta transgenica si mangi le altre varietà. Il problema è più complesso e più pericoloso. Per capirlo basterebbe osservare quello che è già successo in America Latina. Quando  hanno patteggiato con i governi l’entrata nel paese delle piante biotech, le multinazionali del biotech si sono comprate i piccoli appezzamenti dei contadini. Chi non si è piegato è stato cacciato,la ribellione a volte è stata anche repressa nel sangue (e ce n’è stato molto di sangue in America Latina, specie in Paraguay). Le piccole aziende che prima producevano cibi locali sono state accorpate e molti contadini sono finiti nelle favelas, lasciando i semi della diversità genetica delle piante che aveva selezionato per centinaia di anni e che andavano bene per quel particolare ambiente. Il risultato è che tutto il pianeta ha perso molta della biodiversità di cui adesso avrebbe bisogno come il pane, visto che dovremmo selezionare piante che resistono al secco, al caldo e al cambiamento climatico. Tra l’altro con questi esodi forzati si sono perse anche molte lingue di comunità oramai disgregate. Dunque abbiamo perso le culture e le colture. I 171 milioni di ettari ricoperti essenzialmente di soia transgenica e di un po’ di mais hanno generato fame. Questo è il vero pericolo degli Ogm.

Le balle sulla fame nel mondo

Un paradosso per chi propagandava il biotech come soluzione ai problemi della fame nel mondo, non crede?
La realtà è tangibile: il danno più terribile degli organismi geneticamente modificati è alle agricolture e ai cibi. I produttori di piante transgeniche hanno fatto alzare il prezzo degli alimenti nel mondo di almeno due volte negli ultimi cinque anni. Anche perché di queste 4 piante solo il mais si mangia, il resto va quasi totalmente nei mangimi per animali o per fare olio. Il futuro degli Ogm, dunque, è meno cibo, più fame. E questo rischio dovrebbe interessare tutti noi. Anche se la gente di queste cose non ne vuole sapere nulla, preferisce sentirsi spaventare dal Frankestein food. Oppure sentirsi rassicurare da promesse miracolose, come quelle sostenute da Veronesi che è un oncologo e non ha mai visto una pianta, o Gilberto Corbellini, che è uno storico della medicina e neppure lui ha mai visto una pianta. Non so come si faccia a sostenere che questa sia una soluzione alla fame, visto che l’unica pianta che si mangia, il mais, nella sua forma geneticamente modificata non produce di più e non sono io a dirlo, sono i dati del dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti.
Professore, in molti, oggi, invocano un ripensamento. E chiedono di abbandonare una tecnica come quella dell’inserimento di geni “alieni” per optare per la selezione dei geni più utili nella stessa specie.
Guardi che con le tecniche molecolari non invasive ma molto efficienti che già abbiamo si riesce a fare un’ottima selezione di piante migliori. Una di queste è la selezione assistita da marcatori attraverso la quale si stanno selezionando moltissime varietà diverse. Decisamente di più di quelle create attraverso gli Ogm che dal 1988 hanno dato vita solo a 4 varietà che abbiano avuto spazio nel mercato.
È per questo che, secondo lei, queste tecniche sono un fallimento?
Ragioniamo. Stiamo parlando di soia, cotone, mais e colza Ogm, tutte realizzate alla fine degli anni 80, immesse sul mercato nel 1996. Poi più nulla. Non ne sono comparse di nuove sul mercato. Questo perché se io inserisco in una pianta un gene di un organismo anche lontano le interazioni inevitabilmente sono negative. La pianta, per farla semplice, non è per niente contenta e si ribella.
Professor Buiatti, dunque, la rivoluzione della modificazione del Dna è una grande balla?
Il Dna da solo non fa nulla, è la molecola più inerte che abbiamo in un organismo. Permette però di avere degli strumenti per fare quello che ci serve nei diversi momenti, in relazione agli stimoli. In definitiva non esiste un programma genetico della vita. Esistono degli strumenti che vengono dal Dna, ma che ci fanno cambiare in funzione alle segnalazioni che ci vengono dall’ambiente. È inutile aspettarsi il gene per la guarigione dal cancro o quello perché le piante sopravvivano nel deserto. Lo ripeto, il nodo scientifico della storia degli Ogm è questo: è un fallimento perché viene da una visione della vita meccanica.

Troppi conflitti di interesse

Non crede che le istituzioni europee che dovevano regolamentare gli Ogm abbiano assunto solo un punto di vista: quello dell’industria?
Io sono stato per dieci anni il delegato italiano alla ricerca dell’agricoltura dell’agroindustria per la Ue e conosco bene la Commissione. Purtroppo debbo dire che è fortemente condizionata dagli interessi delle multinazionali. Le basti un esempio, alle comunità scientifiche che offrivano i loro laboratori anche gratis per valutare la sicurezza e le implicazioni degli Ogm è stato chiaro da subito che alla Commissione non interessava alcuna prova indipendente. Non a caso all’Efsa, creato attraverso le linee guida di una signora che poi si è dimessa ed è andata a lavorare come capo di marketing per la Singenta (Diana Banati, presidente del Cda dell’Efsa, ndr), non è mai stato dato il potere di avere laboratori suoi. Deve affidarsi ai dati grezzi inviati dalle multinazionali che chiedono l’autorizzazione per l’immissione di un Ogm. E guarda caso quei dati dicono sempre che va tutto bene. Ecco perché quando mi si chiede se i transgenici siano pericolosi, rispondo: non possiamo dire né di sì né di no, perché che non siamo in grado di vedere i dati.
Professore, una curiosità: dopo vent’anni cos’è che muove ancora l’interesse su un prodotto che consumatori e agricoltori non vogliono?
I soldi. Monsanto e gli altri big non vivono dalla vendita diretta dei prodotti, ma sulle royalties che vengono dai brevetti di 171 milioni di ettari. Per questo vanno avanti sulla propaganda fatta dai loro amici nei diversi paesi. Si tratta di economia finanziaria, di guadagni fatti oramai solamente in Borsa, non certo di produzione di beni. Tutte le volte che  un paese dice “fate entrare gli Ogm” loro guadagnano sull’impennata del titolo in Borsa. Anche per questo non fanno più ricerca.

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Riccardo Quintili

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