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ANTIADERENTI, LO STUDIO SUL RISCHIO NANOTECH

Silicio, ferro, alluminio, titanio, zolfo. Chi immaginerebbe che assieme al cibo preparato nelle nostre pentole antiaderenti finiscano nei piatti anche minuscole particelle di minerali? A poco serve prestare attenzione a non sfregare il fondo dello strumento di cottura, questi detriti in ogni caso migrano nei cibi e di lì nel nostro organismo, con effetti tutti da valutare.

È quanto emerge dalle analisi condotte da Stefano Montanari nel suo laboratorio Nanodiagnostic di Modena. Risultati che il Test pubblica in esclusiva nel numero in edicola. Lo scienziato, grazie al suo microscopio elettronico, ha passato al setaccio le particelle rinvenute sullo strato di alcune padelle di note marche, simulando il procedimento di cottura dei cibi. E ha misurato quelle che vengono cedute dal contenitore al contenuto, ossia finiscono nelle nostre pietanze. Un lavoro sul quale Montanari insiste da anni, già in passato, infatti, il ricercatore aveva condotto uno studio su un campione analogo per conto di una catena della grande distribuzione, evidenziando lo stesso fenomeno.
 Il fatto che si tratti di particelle di dimensioni molto piccole non deve ingannare: che siano detriti che non superano i 150 micron, se non addirittura nanoparticelle, inferiori a 0,2 micron, non può tranquillizzare. Al contrario, più sono minuscoli questi minerali più hanno la capacità di superare le barriere del nostro organismo. I più piccoli potrebbero insinuarsi perfino nel Dna.

Sulla pericolosità per la salute dell’uomo delle nanoparticelle il dibattito è solo all’inizio. Da una parte c’è l’industria che investe cifre da capogiro in questa tecnologia, oramai utilizzata negli alimenti, nei cosmetici, ma anche nascosta nei prodotti per la casa, nei peluche e negli attrezzi da cucina (a volte dichiarata, a volte impossibile da scoprire al solo esame delle confezioni). Dall’altra chi denuncia i possibili effetti sulla salute dei consumatori di un fenomeno fuori controllo, le cui conseguenze diverranno chiare solo tra anni, quando sarà probabilmente troppo tardi.
 Il dottor Montanari non ha dubbi: quelle particelle, indipendentemente dalla loro composizione, vengono riconosciute dal nostro organismo come corpi estranei e in quanto tali, con il passar del tempo, possono provocare un’infiammazione. Ma c’è anche chi è più cauto nel sostenere possibili rischi. Su questo fronte c’è il Consiglio nazionale delle ricerche, l’ente pubblico nazionale di ricerca, che a il Test espone una posizione più articolata.

Quel che è certo è che, al netto degli unici due settori nei quali si è giunti a una regolamentazione condivisa a livello europeo, mancano studi scientifici seri e indipendenti così come norme chiare sull’utilizzo di queste particelle infinitesime che in alcuni casi – come quello delle nanomedicine – possono essere alla base di cure efficaci di alcune forme tumorali.

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Valentina Corvino

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